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Faticoso avere un diario. A volte le parole cominciano a fluire appena mi affaccio alla pagina. Altre
volte, ma più di rado, so già cosa scrivere. Altre volte credo di saperlo. Stavolta, l’impulso di aprire il file
è legato all’umore. Avvilimento grigio atmosferico corrispondente a confusione interna.
Si dice che in Whuthering Heights di Emily Bronte ci sia corrispondenza tra i sentimenti dei personaggi e
la natura. Io non sono un personaggio e l’ambiente intorno a me è denaturalizzato, ci sono solo pareti,
mobili, un computer, dei libri, un bicchiere d’acqua accanto alle matite. Il grigio incombe fuori dalla
finestra e dentro di me.
Abbassare lo sguardo e rialzarlo. Trovare che le piante nascondono i fiori sotto la terra e la stella del
nord è scomparsa senza preavviso come i dinosauri dalle terre appena emerse e già sommerse. Tutto è
un attimo e facciamo fatica ad ammetterlo.
Sono andata a trovare mia zia di 96 anni e mi sono riavuta dopo una crisi di malumore e di smarrimento
durata 19 km, dal casello di Frosinone al casello di Ceprano. Perdersi in autostrada. Il tempo è un
labirinto ma il minotauro ci ha già mangiati vivi e noi siamo pezzi di carne masticata e digerita. Siamo
pezzi organici di un mosaico dal disegno segreto che distrugge la prospettiva e schiaccia il dissenso. “La
via d’uscita c’è ma non si vede”, nascosta dalla nebbia. Cercarla a tentoni, secondo dopo secondo, ci
rende zoppi ma al passo coi tempi. A la page, appunto. Ah, la pace! Pace.
Rinunciare al progetto e alla forma delle scarpe, camminare scalzi e sciancati nell’universo. Non so da
quale stazione partirò. Ogni partenza una stazione nuova. Soltanto una stazione da cui partire e nessuna
stazione in cui arrivare. Ci diciamo che siamo forti, mi dico che sono fortissima ma i pericoli hanno
deviato i pensieri in un baratro di banalità senza che me ne accorgessi.
Fondali troppo bassi per la pesca d’altura. Come le reti appese ai pali di legno dei trabocchi d’Abbruzzo.
Un tempo raccoglievano pesci in quantità là, prossimi alla riva. Ora neanche un’alice; sono rimaste
appese, in bella mostra, solo per i turisti. Non arrivano più pesci nella grande rete sospesa dai “ragni
colossali” di D’Annunzio. Non arrivano più pensieri commestibili nelle reti neurali a nutrire le nostre
azioni. Occorre fare senza pensare. Noi, figli e figlie di Amleto, dimentichiamo Amleto e speriamo che
un nuovo principe con il suo fantasma al seguito venga a trarci d’impaccio.
Oggi è stata una proficua giornata disastrosa e, come ho sentito dire per caso da un giovane sul treno a
proposito della sua musica, “voglio tirare fuori della roba malata” da queste ore.

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