ARTURO
C’è un mare che avvolge un anima triste d’amore su colline gialle distanti da cieli infiniti interrotti dalla bellezza di moti fluttuanti che cupi interrompono una melodica giovinezza che il nero s’inzurrisce fino a biancarsi tra le stelle.
C’è un mare che avvolge un anima triste d’amore su colline gialle distanti da cieli infiniti interrotti dalla bellezza di moti fluttuanti che cupi interrompono una melodica giovinezza che il nero s’inzurrisce fino a biancarsi tra le stelle.
Si sfiorano due corpi in fasce carnali prese d’assalto dal buio cocente delle sere estive senz’acqua da bere né pane da addentare.
Pare d’inferno quel senso di inesattezza ciclica che ti investe il sonno fino a renderti crema molle inconsistente e giallastra, sporca come l’aria incontaminata del mare Egeo del sangue acheo.
E nel sereno di un sole che dischiude il suo calore nella notte ti rivedo intatta come fossi d’argilla magra e striata più bella che mai, timida e insicura come fanno le bambine in attesa della madre.
Distratti i tempi d’attesa in infiniti abiti sudati d’inverno tra latrati animali d’umani indegni ad occupare il mondo per non far altro.
Si appannano in pensieri distanti le storie vissute su mani tremanti d’angoscia. Un cibo troppo magro ti sazia il sorriso e ulula un torace di fauci secche e viole damascate. Non voltarti.
Capuliato di pomodoro di primo mattino. E la pelle salata sa di salamoia avariata mentre si snoda una lenta danza ubriaca giù per le scale di un cielo rossastro che è già sera. Pareva d’incenso quel profumo tombale che vide la fine, la sorte. La morte.
Un ammasso di corpi gelati da un vento polare che dall’alto e attorno e dai lati del campo costringe la gravità oltre se stessa come fuori da una scatola di graffette metalliche. Sono di ogni colore, teste su e giù fuori da ogni cover divina, dura e ghiacciante da scricchiolio …
Di colpo svanivo mollaccio su di una panca di legno segnata da unghia di draghi alati di riposo da cacce sfinenti. E tornavo al padre per giorni interi perdendomi nel senso dell’esserci, privo di qualsiasi senso di senso compiuto. Incomprensibile il mio verbo parlavo tra me e me senza aprir …
Reciprocità cieche si perdono nel tempo andato a perdersi negli occhi. Troppo timidi per darsi un nome. E nella pioggia d’un infante a quattro zampe si nutriva il segno profetico di un tardo, salubre ed ignobile, addio.