senzatitolo, il titolo, ma non s’intitola senza titolo, titolo s’intitola, ché senza priva, toglie, sottrae. Titolo, invece, certo del fatto suo, s’immaginava camminare per via assolata, al riparo dalle mura riarse della città vecchia, con le angurie spaccate di zucchero e i vitigni bassi che per dissetarsi allungavano i raspi erbosi fino alla laguna, intanto che il mare sciabordava pigro sulla battigia. Il titolo di quella giornata stentava ad affiorare alle labbra, ma le onde, quelle invece sì, leccavano la sabbia, avanzavano e si ritraevano, avanzavano e battevano in ritirata, proprio nel momento in cui titolo approdò sulla spiaggia che era la mezza passata. Di sole feroce s’illuminava anche l’ultimo granello, e già Titolo s’arrotolava i pantaloni fino alle caviglie, piluccando d’olfatto il grappolo d’uva del vicino di ombrellone, inebriato dagli effluvi di crema solare e dall’odore appuntito della salsa sui maccheroni dei Solfrizzi. Senza sfilarsi la maglietta logora, avanzò bello e vestito che era, con i piedi snudati come aragoste bollite diretto al bagnasciuga. Lì che fu, s’immerse nel mare tutto, allargò le braccia al poco vento, si pinzò il naso tra pollice e indice e sparì sotto la coltre d’acqua ferma e dalla vista dei bagnanti. Senza titolo, quella mattina, nessuno dei presenti si era formalizzato alla vista del corpo privo di vita abbandonato sulla spiaggia tra la carcassa di un natante, un bambolotto senza occhi, una latta d’olio, una teoria di pesci morti, una scarpa e un infradito. Spostiamolo laggiù, aveva detto il ragionier Pichetti schifato. Non lo toccare, Guido!, gli aveva intimato sua moglie, potrebbe portare malattie. Carletto si era avvicinato al corpo gonfio d’acqua e gli aveva tirato due calci, Gilda s’era messa a piangere, Annina si era rifugiata tra le braccia di sua madre. Cosa ci tocca sopportare, aveva detto quest’ultima rivolta al cavalier Possenti e alla di lui signora. Intanto in terza fila già si aprivano gli ultimi ombrelloni e ci si apprestava alla birra ghiacciata del baretto, al sale sul corpo di S.T., si metteva mano al frigo portatile, al torace largo di S.T., alla frittata di pasta, ai capelli di S.T. inanellati d’alghe, alla pesca al vino, ai glutei di S.T. costretti nei pantalonacci, al caffè ancora caldo nel thermos, incuranti del cadavere approdato lì da chissà dove, seccati per quella virgola nera sul panorama.
S.T.
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