al netto di tutto (iniziano sempre così) nell’armadietto della asl di via deodato carbodato a roma si conserva, accanto all’aleph e alla sindone, quello che un critico letterario nel lontano 2026 definì “il senso ultimo delle cose”, o anche “il nucleo di senso irriducibile e impenetrabile” che uno scrittore “può solo tentare di avvicinare” senza mai afferrarlo appieno (anche “appieno” appartiene a nobile scuderia).
trattandosi di senso ultimo, sta proprio in fondo, dietro tutti i medicinali, i drenaggi, le bende, lo iodio, il polonio, il prièvt facehugger, la ciuffa di sansone, una cibele in avorio appartenuta a bertinotti, dietro il graal, i chiodi della vera croce, il manoscritto di dante, l’arca dell’alleanza, bisogna spostare il cotone emostatico e la scala di giacobbe e in extremis, al buio, giù lontano lontano, circondato anzi circonfuso da una vagina dentata di luce kirlian, si intravede (vederlo è impossibile, autocontraddittorio) il pirolo supremo, il nucleolo tremolo del senso irridotto nòcciolo fetale finale aurale primo delle ultime cose seminali, cannolicchio asintotico a frigore vel zeretto anulare ciecolino accecante e:
quel senso sommo sfuggibondo viene intravisto solo, o vagamente percepto, dai poeti, anzi dal poeta. il. il uno. l’uno solo. bolla-bolo chez parmenide pronto da prima. lo poeta. ne nasce uno ogni due secoli / due secoli e mezzo, dice. il penultimo è stato goethe, sull’ultimo c’è una zuffa galattogenica di polvere tra i critici a colpi di chiodi della vera croce.
o. un giorno sapremo. fino a quel momento, forse anche dopo, è però vitale tenere ben serrato l’armadietto della asl.