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La notte rende nuda la bocca, la libera dai suoi inutili fracassi.
E la bocca diventa un inventario di cose attendibili, una lente da cui guardare le figure che partecipano alla somiglianza.
La poesia del cervo letta con il tono basso, un mormorio.
La sollecitazione che porta alla piccola morte, dici.
Con identica rapidità, senza sosta. Si perde ogni segnale, ritorna quel vecchio sogno infantile –
/ Le altezze ci aprivano gli occhi, i calci all’altezza dello stomaco cercavano di convincerci a mostrare comprensione /
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Ricordate La discesa di Inanna tra le rovine di Nippur?
Huginn e Muninn sulle spalle di Odino. Il bosco sacro di Dodona?
So che ricordate. Non è il caso che insista.
Dove andiamo quando meditiamo compassione?
Una frana seppellisce gli arti guastati dai vermi; molte cose sono state nascoste e la morte ha messo a tacere gli sperperi.
È quasi notte. Per chi desidera fondersi col buio, la notte resta l’unica alleata.
Mi sembra di vederti appena oltre la finestra.
Sei foglia, asino, corpo destinato a un altrove. Cresci, ti sussurro. Cresci.
E intanto cerco un ricovero, una tana per nascondere il peso dei piedi incandescenti.
Dove la profondità sconfina in altezza, la pelle non logora più nessuna soglia. La lingua finalmente riposa e la resina si arrende all’aria –
(da Taccuino Bianco, Anterem Edizioni, 2025)