USCENDO DI CASA

 

Uscendo di casa alle otto del mattino guardo e mi dico finalmente una giornata come si deve. Con in più una fresca animella  che mi piacerebbe avere come camicia.

 

La gente si muove nella luce migliore. Gli alberi lo vedo nelle foglie nel colore coltivano già progetti formidabili. Procedo con questi pensieri con queste immagini di cittadino sen za altri problemi in via Libertà.

 

Il motore della mia stupida renault tossicchia un paio di volte senza motivo. Al Politeama mentre sto chiudendo lo sportello ho un leggero capogiro. Mi guardo le scarpe annaso profondamente. L’aria è profumata le scarpe sono pulite. Forse il mio corpo coltiva progetti formidabili. Che so.

 

Da Giannettino una crema fumante di caffé pasteggiato lentamente. Sigaretta accesa. Ma ancora che significa quel capogiro?  Ho un’età delicata minimi segni echeggiano smisurata mente dentro la mia testa.

 

Compro il giornale camminando lo sfoglio sono distratto. Il mio studio è al primo piano non prendo mai l’ascensore. Arrivo. Apro. Entro. Chiudo. Apro le finestre. Guardo fuori. Giro qua e la lentamente. Infine senza avere recuperato nulla ancora col giornale in una mano mi seggo dietro la scrivania. Ho il fiatone. Mi dico che giornata è questa’  Guardo verso la finestra il cielo ha una tinta perfetta la cima delle palme ondeggia. Ascolto anche i rumori sono più temperati del

solito. Tutto è perfetto. Calmo.

 

Perché improvvisamente sono cosi stanco?

Lascio cadere il giornale sul pavimento. Mi tolgo la giacca la lascio cadere. Inforco gli occhiali prendo la matita cerco il punto da cui cominciare mi guardo le mani il disegno. Le mani. Sto scomodo. Mi alzo. Vado dilà. Bevo piano un bicchiere d’acqua. Sto meglio. Tutto qui mi dico soltanto sete.

 

Torno. Comincio con lentezza e cura a lavorare. Il mio lavoro mi piace. Una matita appuntita una buona gomma il balestrino la carta. Si in qualche modo mi sono addormen tato dentro questi oggetti. Anzi questi oggetti o meglio queste cose mi sono cresciute dentro. Specie il balestrino. Che è divaricato. Che sta perforando il mio petto da dentro.

 

Con un sospiro lungo e doloroso mi scuoto. Gli occhiali mi cadono sul tavolo e stanno per finire giù sul pavimento. Con fatica li raggiun go. Li immobilizzo. Guardo l’orologio le dieci e un quarto. Guardo. Ho tracciato mezza linea meno di 20 centimetri. Non ho forza dl stupirmi. Mi alzo. Vado alla finestra. Mi affaccio. Guardo. Tutto normale.

 

Poi, con progressione lenta alcune impressio ni Le macchine vanno piano Le persone si fermano continuamente tengono la testa bas sa Una ragazza sta lunga distesa sul marciapiedi con le gambe aperte gli occhi spalancati fissano il cielo Due ragazzi in piedi immobili la osservano.

 

Mi tolgo dalla finestra. Finisco su una poltro na la testa pesantemente abbandonata. Chiu do gli occhi. Dormo per qualche secolo. Un sogno che non ricordo mi sveglia. Percepisco la vampa la luce abbacinante che entra dalla finestra.

 

Ho la testa pesante. Con sforzi feroci guardo l’orologio. Le 11 meno venti. Mi alzo non so come arrivo alla finestra proprio sul davan zale, guardo – tutto è sereno o quasi. vetture autobus furgoncini cavalli stramazzati tra le stanghe delle carrozze persone a terra come stracci palme spezzate altre orribilmente pie gate

 

Senza alzare la testa soltanto piegandola guardo in alto quello non è più cielo ma uno specchio concavo mostruoso. Chiudo gli occhi. Scivolo sul pavimento. Mi abbandono.

 

E qui caro Demetrio in qualche modo cosi si interrompe il mio piccolo movimento lirico per un fumetto antologico a cui invitato non sarò in grado di partecipare

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