Giorni fa ho letto una notizia: l’anno scorso a Roma
251 morti senza nome. Non riconosciuti.
senza documenti né parenti rintracciabili
né impronte digitali registrate.
Trovati ai bordi dei fiumi o nelle paludi.
Annegati, uccisi o suicidi
o morti per cause naturali.
Oppure arrivati al pronto soccorso e morti lì.
Mentre leggevo passavano molte immagini
davanti al mio occhio interiore, di gente che ho conosciuto
si sono lasciati andare dai loro riferimenti umani
e dagli agganci di riconoscibilità, secondo i canoni giuridicamente validi
di cittadinanza, identità personale, status familiare
persino genere.
Un’ immagine erano le righe dei versi di Orazio
Che in un momento di sconsiderata lucidità scrive a un suo amico:
lo sai che Lebedo è un posto più sperduto di Gabi e di Fidene
eppure, là vorrei vivere, dimenticato dai miei, dimenticarmi di loro
sedermi lì e da lontano, guardare le onde, del mare le tempeste.
Altra immagine, quella notte sul ponte bianco di via Ostiense
un tizio stava lì fermo, mentre sotto, i treni della metropolitana
fendevano la notte come frecce di luce
a un certo punto ha gettato i suoi valori giù dal ponte
e ha ripreso a camminare, verso San Paolo
e oltre, dove la città si allarga di boschi urbani
e spettri di mura violati dal traffico
e quartieri residenziali. E poi verso Ostia
e camminava, come uno che avesse una meta segreta.
E non lo hanno trovato più.
Quel tizio ero io, o meglio un altro me
che è sparito e non lo trovo più.
Quello capace di atti di totale abbandono
di gesti risoluti di sguardi impavidi
di improvvise fiammate, e ricariche e ricominciare.
Quello capace di dire addio, invece che finti arrivederci.
Adesso sulla spiaggia compare un sasso vagamente umano
due buchi per occhi in una faccia quadrilatera
un taglio a forma di bocca come un ghigno
e anche un terzo occhio.
Ci sono molti sassi da riportare
uno rotondo piatto con dei rilievi che fanno una moneta
uno con una X una croce greca incisa. Pomici e ossidiane.
Li chiamo sassi ma è arbitrario, si potrebbe dire un composto
di pirite e calcite, ossido di zinco e manganese.
Può darsi che l’io sia semplicemente una coazione a ripetere
come il nome che ti hanno dato alla nascita
il nome dei monti e dei laghi e delle strade
sempre più distanti, sempre più odiate
e il nome di quelli che ti hanno nutrito
la catena dei vivi e dei morti, sempre più lontani
fino a diventare un soffio, un sospiro incomprensibile
Allora come la tassa da pagare alla dogana
Come una moneta d’oro sarà l’addio
a ritrovarci con le gambe solide
tra i non riconosciuti e i dimenticati
ma ancora, delebilmente, qui