Come Cheval

“Che fare, camminando perpetuamente nello stesso scenario, se non sognare? Per distrarre i miei pensieri costruivo in sogno un palazzo incantato”. Così scriveva il postino Cheval. Anch’io, quando mi trovo demoralizzato e perso tra le colline inseguendo indirizzi postali di fantasmi, mi fermo e provo a sognare. Lui, Cheval, il suo palazzo se lo costruì davvero, pietra su pietra, a mani nude, tutto torri e pinnacoli, scalette, terrazze, cunicoli e grotte, neanche una stanza che fosse abitabile. Anzi, una stanza abbastanza grande la fece, ma per farcisi seppellire, era il suo mausoleo. Anche lui aveva aspirazioni da re, anzi, da faraone. Due tombe egizie – così diceva lui – per riposarci in eterno con la moglie. Che poi non ci volle andare là sotto. E io che potrei sognare? Sogno di scrivere un libro pieno di altri libri, come la Commedia Umana di Balzac, un’enciclopedia fatta di enciclopedie, un libro tondo, sferico, grande come il mondo, anzi, leggermente di più. E io in un angolino che guardo e aggiungo un’altra riga.

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