col(l)azione

Il Domo fa economia domestica, conserva i fondi del caffè in un sacchetto di iuta e li riutilizza fino all’acqua sporca. Ci ha l’occhio accorto della massaia, il ginocchio della lavandaia, s’appresta al risparmio. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» dice portando la tazza con il beverone alle labbra. Il vapore che ne esce, geometrico, gli taglia il viso in due, lo fa capo indiano, sciamano, stregone, aruspice, lettore di fondi, cercatore di vaticini. Tutto conserva – spaghi troppo corti per essere buttati, lacci sfilacciati, calze bucate per colpa dell’alluce di Aladino, come diceva nonna, che lui riporta a nuova vita
con l’uovo di legno. Capita che lo trovi a sera, addossato al tavolino, la luce monca a lucidargli il cranio calvo, intento all’ago e al filo. «Tu che fai?» chiedo rammendando la voce. «Non vedi?» dice di spigolo. Intanto, sul fornello, bolle un pentolone e lui ogni tanto si dipiega e s’allunga e di cucchiara rimesta. Ciò che viene a galla, meglio non commentare. C’è sera che fuoriesce e galleggia la cresta di Tiresia. Allora gli butto le mani al collo, ma lui si scansa e giustifica: «Toccava prima o poi, oggi a lei, domani a te, a me, a noi. E poi le avevi affibbiato nome maschio, non ci si raccapezzava.»

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