da “Si guarda com’è il sole” (12)

Una sera Diana non torna a casa. La cagnetta di Don Ciccio è un incrocio tra un cirneco e un bastardo di Geraci Siculo. Fulva e ottima stanatrice di conigli. In paese la ricordano anche per via della corsa che s’è fatta, dalle montagne di Piano Battaglia sino al paese, sino a casa di Vincenzo, quando Don Ciccio era rimasto incastrato in un dirupo. In diciassette anni non l’ha mai fatto. Nino si rende disponibile per andarla a cercare. Don Ciccio tenta di dissuaderlo: “Lasciala stare, Diana questa volta è andata a morire”. Nino ha strabuzzato gli occhi. Le parole di Don Ciccio sono state sempre ordini graditi per lui, spesso perché lo sollevano dalla fatica di pensare. Ma questa volta c’è Diana di mezzo. Il messaggio binario che Nino registra, Diana-Morte, non lo convince. I morti Nino li ha sempre toccati, spesso baciati, tenuti in spalla come gli agnelli pasquali. C’è qualcosa di storto, stasera, anche in Don Ciccio. “Come, ‘chi beni a diri’?” (che vuol dire?). Spaventato Nino corre giù in paese, cercando nei posti dove Diana ha l’abitudine d’intrattenersi quando è in calore. Dov’è andato Nino? Vincenzo è rimasto in casa a scuotere la testa. Don Ciccio, invece, s’è dato da fare. Ha chiesto ad amici e villani di dare voce. Lui stesso si è messo a cavallo e ha girato per Montenero: era una bellezza rivederlo in sella come una volta. Nino è mancato due giorni. Quando Vincenzo la mattina si alza lo trova seduto fuori a pane e olive. Gli siede accanto. Aspetta che finisca perché sa che i cani quando mangiano non gli puoi fare nemmeno una carezza.

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