En plan aria

a D.T.

«Fra’, se fermamio a qua? Che te pare, Tossi’?» dico io, l’occhio scoppato e la musica che ancora me rintrona nelle recchie. C’è che la sabbia è fina fina e bianca bianca, candeggiata come ’a camicia della prima communione, pare borotalco. C’è che veniamio da notte brava, appalla, c’è che se siemo calati nun so che era e che er cartello co’ scritto grosso grosso Divieto di balneazione manco lo leggemio. C’è che Tossina se caccia ’e ginniche, ’a majetta, i ’zoni corti. C’è che io sto già ’n costume e nemmanco so perché. Entriamio nel mare urlando come caimani, pare er brodo de mi’ nonna, entramio e nun capimo se le vedemio noantri o se stanno lì per dentro. C’è che so’ enormi, parono i gonfiabili de mi’ cugino, c’è che tiro fori bajaffa, c’è che combatto contro creature mostruose che brulicano sul fondale basso, c’è che a Tossina nun je regge ‘a pugna e s’arretra a bagnasciuga, mentre che io squarto e vedo che da una divenieno due, da due tre fino a che ’n’onda nun le sommerge e a risacca ritorneno e se riformeno e se riformeno e se riformeno. «So’ planarie giganti aliene», dice Tossina che pare l’Enciclopedia Universo de mi’ zio. «Inutile che le tagli, peggio che le tagli». A mezzo che s’è fatto giorno, stamio ancora qua, la sabbia bianchissima, il mare che s’arbultica, noi che de due semio diventati quattro.

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