GLI ELEFANTI NANI

Alcuni resti fossili di elefanti nani furono rinvenuti nel territorio favarese, specialmente nelle caverne della Violata, nei pressi della miniera di zolfo Castronovo, in contrada Priolo.
Risalgono a parecchie migliaia di anni fa. Precisamente al tempo delle ultime grandi glaciazioni, quando cioè la Sicilia cessò di avere un clima simile a quello oggi esistente all’equatore e divenne una distesa di ghiaccio. Parte di questi cimeli oggi si trovano in diversi musei isolani ; i più importanti in quelli di Siracusa e di Palermo. Vari studi, ponderosi e scientifici sono stati
pubblicati sull’argomento.
Qualcosa di non chiaro avvolge, comunque, questa loro vicenda. Perché nani ? Che fossero esistiti elefanti in Sicilia non turba più di tanto la nostra mente. Addirittura qualcuno ipotizza che il mito dei ciclopi sia nato dalla scoperta accidentale lungo le coste siciliane di teschi di elefanti : l’unico occhio non era che il foro attraverso cui passavano precedentemente le zanne che, essendo d’avorio, furono senz’altro oggetto di baratto da parte dei popoli preellenici.
L’essere nani, questo sì turba e non poco le menti di noi contemporanei. Una causa addotta dagli studiosi, potrebbe essere l’insularismo, che ne avrebbe isolato un mutante avvantaggiato perché ben adattato in un habitat particolarmente non florido per esemplari enormi, e quindi abbisognevoli di ingenti quantità di cibo. Questa spiegazione, alquanto complessa, non convince, però, del tutto, ma del resto siamo impossibilitati a trovarne una migliore o più plausibile.
Possiamo tentare in compenso di ricostruire le ultime e fatali peregrinazioni di questi pachidermi sorpresi dal repentino e drammatico cambiamento di clima. Le caverne della Violata si trovano in altura, di fronte a una vallata ricca oggi di vigneti e mandorleti. Probabilmente migliaia di anni fa questi luoghi erano stati un’insenatura del mare e la violata ne sarà stata la costa, poi rialzatasi per fenomeni di bradisismo. Ciò sarebbe comprovato dalla presenza di ittioliti, cioè di pesci fossili, ancora custoditi in abbondanza tra le pagine di tripoli presenti nelle numerose biblioteche del mare che si trovano in diverse località del territorio favarese.
Questi elefanti nani, giunti sulla costa in cerca di pascoli ancora verdeggianti per la presenza del mare, stremati dalla fatica, dalla mancanza di cibo e dal freddo, vi avrebbero trovato dapprima rifugio. Successivamente, magari per il ghiaccio formatosi improvvisamente, o per una slavina, che in ogni caso avrebbe tappato l’ingresso delle grotte vi avrebbero trovato la morte. Un’orrenda morte per asfissia e per disperazione.
Un’altra spiegazione, magari più suggestiva, la possiamo avanzare ricordando l’esistenza del leggendario “cimitero degli elefanti”. Si afferma da più, parti, infatti, che gli elefanti, in comune con gli uomini, abbiano il senso della morte e che, pertanto, abbiano un loro cimitero. Appena si accorgono del venir meno delle forze, abbandonino il branco e vi si rechino per lasciarsi morire in quel luogo designato senza più toccare cibo, né acqua.
Le grotte della Violata potrebbero essere questo cimitero. In tal caso, indipendentemente dalla presenza o meno del mare lì vicino. Ma resta solo un’ipotesi, per quanto affascinante, perché è vero che non sono state trovate ossa di elefanti in tenera età, ma ciò potrebbe dipendere o dal fatto che si tratta di scheletri meno ossificati (e quindi più aggredibili dal tempo), oppure dipenderebbe dal fatto che gli elefanti, consci in qualche modo della loro prossima fine come specie e non soltanto più come individui, avrebbero in un certo qual modo ritenuto inutile riprodursi, o ancora – più semplicemente (e quindi meno suggestivamente) – perché il freddo ne avrebbe impedito l’attività procreativa. L’attività procreativa negli animali, come si sa, è legata a particolari condizioni di luce, di temperatura, di condizioni fisiche dei soggetti e delle condizioni predisponenti in generale.
Ultima ipotesi, e forse quella più affascinante, è legata a un suicidio di massa. Tutto il branco decide la propria estinzione e non più qualche individuo isolato. Un autosacrificio imposto dalle impossibili condizioni ambientali. Tutto il branco decide così di rinchiudersi dentro le grotte, pur potendone in qualsiasi momento uscire. Un dramma di sartriana memoria ante litteram ! Avrebbero così creato una barriera, una slavina soltanto nella loro crudele determinazione della morte cercata tutti quanti assieme, invece di vedersi morire uno alla volta.
Quando i primi rinvenimenti di tali reperti portarono Favara alla ribalta, si era ancora in un periodo preindustriale. Non esistevano strade, ma trazzere, attraversate di notte dai minatori che rientravano a casa o che calavano nelle solfare. Nessun veicolo a motore, mai un circo provvisto di animali esotici di una certa mle, né ovviamente alcun mezzo di comunicazione di massa. Quindi soltanto pochi favaresi erano nelle condizioni di conoscere questi animali sia per averli visti disegnati nei libri, già allora molto rari, sia perché nelle condizioni di poter viaggiare per diletto e non per emigrazione.

Nulla ci resta delle prime ricostruzioni del rinvenimento. Soltanto una statua, d’incerta datazione e di scadente fattura, in cui è possibile intravedere un animale, una specie di rettile con una proboscide tozza e due occhi enormi, ma pieni di infinita tristezza. Chi l’avrà scolpita avrà messo assieme quanto aveva sentito su un animale per lui sconosciuto, arricchito con elementi provenienti dalla sua fantasia.
Simili infedeli ricostruzioni saranno senz’altro responsabili di qualche altro animale presente in questo bestiario.

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