da I GIORNI QUANTI (9)

Appena la caffettiera è sul fuoco, ho poco più di un minuto di cui approfittare. Capovolgo la tazzina, svito il barattolo dello zucchero, chiudo quello del caffè, guardo dalla finestra se il sole non mi ha preceduto, affibbio gli ultimi tre bottoni della camicia, con la punta del fazzoletto visito la chiocciola dell’orecchio destro, sempre il destro la mattina mi fa prurito, apro la porta d’ingresso, trasferisco gli occhiali da sole dal davanzale della finestra al taschino, do un colpo di tosse liberatorio, faccio un solo puff con lo spray perché oggi non sento un filo d’asma e guadagno una manciata di secondi, il caffè ha cominciato a gorgogliare, diminuisco il gas, aspiro con voluttà il profumo amico, mi strappo un pelo dal naso per l’occasione rilevato dalla indotta peristalsi delle mucose, osservo il livello raggiunto e la velocità di ascesa per considerare se ho tempo di arrivare allo specchio, conosco quella faccia e la aggiusto con una pettinata polpastrellare e salivata delle sopracciglia, saprò bene con sicurezza chi siederà fuori tra poco, salto a chiudere il gas alle prime sconvenienti bollicine di bollitura. Versò il caffè, lo zucchero con lo stesso cucchiaino del barattolo, con la tazzina colma uscì all’aperto, la sdraio lo aspettava, il sole era ancora in eclisse e un colombaccio, dalla cima del castagno, spiccò il volo verso il mare. Gracchiò car car.

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