(L’OCCHIAIA. 99.)

Affronto i pioli traballanti della scala allungata dentro un’oscurità puzzolente di muffa senza esitazioni, due per volta, allontanandomi alla svelta dal respiro affannoso di chi vorrebbe ad ogni costo seguirmi e tuttavia non ce la fa a starmi dietro. Nemmeno quando m’imbatto nello sportello che mi sovrasta perdo questo slancio deciso, vincente: lo spingo prontamente su e, mentre si schianta dall’altra parte, irrompo nel corridoio tra i banchi allineati lungo la navata di una chiesa illuminata a giorno benché deserta, imponendo la mia inopportuna presenza al prete che, in tutta fretta, mi viene incontro allargando le braccia per impedire che io, fuor di ogni dubbio, un intruso, veda biancheggiare al di là del nero luttuoso della sua tunica, le fauci di un coccodrillo spalancate davanti al bambino addormentato ai piedi dell’altare…

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