LA PETTINATA

Entrando poi a Ninni Lo Castro Di Tretteste Buccho non spaventarti: troverai pronto a fissarti – anche se fosse l’alba, fosse domenica e diluviasse, anche ci avessi appoggiato solo un dito, o sputacchiato un singolo cerchio di fumo sopra  – quello che qualcuno giustamente ha definito il terribile paesello di Tretteste Buccho, un folto di bestie e uomini immaginari con gli occhi rivolti al nostro mondo. Vivono lì da sempre. Da quando Diesbach inventò il Blu di Prussia, almeno. O il Carminio tinse le vesti di Federico da Montefeltro o – un po’ prima – gli Aztechi impararono a impastare la cocciniglia.  Dall’Ocra del Paleolitico forse e dalle prime incisioni rupestri: impossibile da stabilire. Quello che ti farà impressione però è che lì non esiste la profondità e che perciò non puoi stringere un bicchiere, prenotare un sarto, né prendere veramente un autobus o richiamare il tuo cane. Ma che ogni occhio che ti fissa è in realtà solo il tuo occhio. E ancor più scoprire che lì c’è il tuo indirizzo: è lì che abiti. Da tre miliardi e mezzo di anni.

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