l’appartamento vuoto

Dalla porta usciva l’odore, saliva una rampa e ne scendeva un’altra, contava un gradino al dritto e uno al rovescio, s’avventurava impavido fin nell’androne. Dalla porta usciva l’apatia del buio. Dentro, nella penombra, danzavano le scope, s’inaridiva il pavimento, spuntavano more di gelso dalle persiane chiuse, ma non ci s’azzardava a coglierne i frutti. Quando le giornate infeltrivano di nebbia e la rabbia montava al punto che dentro casa non ci si poteva più stare, Guido correva in ingresso e usciva per raggiungere l’appartamento dirimpetto. Erano anni che lui e sua sorella aspettavano che se ne andasse, ma ogni volta, due giri di chiave nella serratura, l’atmosfera subito si faceva grama, l’odore s’infilava in ogni pertugio e maglia ed ecco che era lì. D’inverno, soprattutto, se ne intuiva la presenza per via del fiato che ricamava l’aria. Era ombra e sostanza, corpo e assenza, e ancora adesso, decrepiti di mente e d’ossa rosicchiate, le biro in mano, il quaderno con le orecchie, continuava a dettare la sua legge.

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