Quannu e comu

ci sunnu frati e figghi
chi sentunu ‘a rema nte ‘ricchi
e chi sunnu preni ‘i ddha rema
di ddhu mari di tempu squaddatu,
chi ddhrummenta e non rispigghia,
chi fa notti e poi non brisci,
chi non dugna lusthru p’a vigghia,
du niuru sempri prenu
nta ‘ll’occhi du sirenu

ddhi frati ie ddhi figghi,
ch’i mathri ‘e ch’i soru ‘bbrazzati,
chi sannu unni vannu,
chi sannu unni si peddunu
cull’arma sthrabbiduta, sthraminata
pedi pedi nto niuru d’i terri,
sthrinciuta nto sunari d’i ferri

(unu ch’avìa u me’ nomu,
d’unni nascemmu, d’unni vinèmu
mi cuntàu u quannu e comu)

 

 

__
ci sono fratelli e figli / che ascoltano correnti marine / che li ingravidano / di quel mare dal tempo
caldo, / che addormenta e mai sveglia, / che annnotta senza un’alba, / che non offre luci alle
veglie, / dal nero sempre gravido / nell’occhio del sereno // quei fratelli quei figli, / con madri e
sorelle abbracciati, / che sanno dove vanno, / che sanno dove si perdono, / con l’anima smarrita, avuoto seminata / in lungo e in largo nel nero delle terre, / stretta nell’eco delle catene // (un tale col
mio stesso nome, / da dove nascemmo e veniamo, / mi raccontò il quando e come)

 

 

DA SARMURA

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