Ciao, ho fatto poco, recuperato il cappello che avevo scambiato per errore con quello di Beppe, ho letto Carlotto, visto un po’ di video senza convinzione e in serata notizie. Il Texas ha vietato il convito di Platone, peggio per loro a me basta la sua fortuna cinematografica. Poi la morte dell’architetto che pare si sia spento d’istinto nel sonno. Nell’ultima chiacchierata sul l’autobus mi diceva dell’amico che incollava le pellicole con laudano e io non ricordavo di cosa si trattasse. Era una parola usata da mia nonna. Guardinga, a bassa voce. Realizzo poi che deve essere una soluzione alcolica di qualcosa. Ma l’alcool scioglie la celluloide delle pellicole?
Io nella giuntatrice allineavo le pellicole, capo e coda raschiate dall’emulsione e impiegavo l’acetone per giuntarle. L’architetto, a suo modo, progettava organizzava edificava. Ora silenzio, d’altra parte non parlare era norma. Andando al bar per fare colazione, un uomo alto col bavero del giubbotto alzato mi guarda dal marciapiede opposto, deciso a cogliere un saluto. Un cenno del capo mi sembra sufficiente per un conoscente, un ex collega o forse un vicino di casa. Lui attraversa, si avvicina a lato e mi si para di fronte a bloccarmi e allora lo fisso e dopo qualche istante: Eddy! Siamo messi male, risponde. Anche a me capita di non ricordare una parola, un nome. Un viso? Ride. Ci spostiamo al bar, prendiamo posto. Abbiamo fatto conoscenza decenni fa a scuola. Ero rimasto incuriosito che disegnasse all’impiedi sul marciapiede affollato, durante la ricreazione. Tratteggiava veloce a china sfondi, linee e dettagli in un album da disegno architettonico. Gli chiesi perché stesse disegnando uomini a torso nudo con la chitarra. Mi rispose che a Woodstock molti musicisti suonavano così. Ordino cappuccino e cornetto, Eddy solo caffe. Ora disegna meno. Scrive e canta, poco. Con lui e altri amici devo avere filmini, 8mm e super 8. Mare, interni, gite, assemblati in bobine grandi. Il super8 incollato veloce con lo scotch. L’otto mm, con l’acetone professionale. Chiedo a Eddy del laudano, non ne sa niente, forse una droga. No, quella è l’assenzio, non c’entra. Alle isole nel ‘72 qualche spinello. A Praga nel 2002 un bicchierino di un liquore verde che dicevano assenzio. Ieri sera in un locale del centro chiedo un bicchiere di porto e la ragazza ai tavoli, scrive diligente, poi si ferma e guardandomi negli occhi, Porto? mi scusi, ma che cosa è? Il cameriere con tazze, shottini d’acqua e cornetto si mette a ridere. Non conoscono il menù, dico. Non conoscono il mestiere, dice. Mi ricorda che anni fa avevo chiesto un negroni di sera, a pochi minuti dalla chiusura. Non sapevano cosa fosse. Suo padre non era del mestiere. Comunque l’assenzio era finto. Prendo il cornetto, Eddy mescola il caffè senza zucchero. Guardo le decorazioni nella schiuma del cappuccino bianca marrone fiore cuore fogliame, sorseggio senza mescolare, Eddy posa la tazzina vuota, si alza e va all’entrata del locale, tira fuori dalla tasca una busta di pelle grigia e da questa cartine e tabacco, si mette a rollare una sigaretta. Spolvero i bricioli dal maglione concludo con gli ultimi due sorsi, la schiuma col cucchiaino, mi alzo e vado a lato dell’entrata di fronte ad Eddy che fuma appena oltre la porta. Sembriamo i buttafuori del locale, dico, si, risponde, per i bei tempi, d’oro.
foto di Giuseppe Zimmardi

