ADAMO IN CITTÀ

Quando capisce le cose, straluna gli occhi. Un portone più piccolo di una finestra, una carrozzella con mammina guidata da una bambina, la sua cintura a intreccio blu e bianco del lontano ’64 che svolazza sopra la piazza, l’ombrello gigantesco con cui Dalì tenta di sollevarsi da terra. Queste viste gli intralciano la vista. Sino alle gambe che a un certo punto cominciano a diventare cinque, sei e si insinuano tra i paraurti delle automobili, ogni due paraurti una gamba. Si domanda dove siano finiti il suo orologio e il suo senso di orologiosità. Un vaso è riflesso sullo specchio del bagno dalla vetrina di Arredo Bagno, il vaso di porcellana è ripieno di terra cotta che tracima statica. Impalpabile al tatto sente il vetro della vetrina vetrificare le polpastrelle. Una fotografia sotto il piede destro, nudo, incollata come carta straccia alla ciungam. Il piede non si muove, la fotografia sì. È del suo cane del ’73, un cane nero e belga battezzato Orso. Adamo, quando ha deciso di abbandonare la città, non ha deciso perché. Ha inciampato ed è caduto. Ora non sa dove sia finito. Un po’ perduto, un po’ no. Spera nelle sue gambe, in quelle parti del corpo ancora vigili che lo possano portare in qualche posto, preciso e irriconoscibile. Saluta anche chi non incrocia: lui è saluto primevo, amore oblativo. Guardone di un bistrot, affamato di niente, si è trovato sfamato senza mai esservi entrato. Un uomo senza stomaco non può rischiare di mangiare, ha prescritto il dottore. Non permettere al cibo di disperdersi nel tuo stomaco fantasma, Adamo. Tentando di svuotarsi, per incontrollabile e peristaltico conatus mattutino, parte del suo fantasma fuoriesce, si aggrappa a grappolo, lumacoso bavoso, balcone pensile dell’ano. Farlo rientrare a casa, in città, è come far passare una pietruzza dentro la cruna dell’ago. Adamo ci prova, giorno dopo giorno.

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