LA CHIOCCIA D’ORO

Ogni paese d’Italia ha, tra le sue leggende, quella di un tesoro nascosto nelle
visceri di una montagna più o meno fatata e che, per trovarlo e
impossessarsene, bisogna uccidere un bambino o una fanciulla o al loro
posto un animale sacrificale.
Anche a Favara esiste una leggenda analoga, legata non ad un freddo e
inanimato tesoro, ma ad un animale in carne ed ossa. Una chioccia tutta
d’oro, seguita da una dozzina di pulcini, anch’essi aurei, che si aggira, in
particolari periodi dell’anno, a ramazzare e a beccare lungo le siepi della
montagna Caltafaraci, che fu, nel corso dei secoli, dapprima colonia greca,
poi cartaginese, romana, ed, infine, araba. Questa lunga carrellata di
dominazioni (ma molte altre si sono susseguite nel tempo alle sue pendici)
ben spiega la necessità di dover nascondere i propri beni, figurarsi un tesoro
di incommensurabile preziosità
Un tesoro reso animale dalla fantasia zoomorfica delle popolazioni
mediterranee.
Impossessarsi della gallina d’oro non è mica facile : è necessario superare
tutta una serie di prove, quasi iniziatiche, vincere numerosi esorcismi eseguiti
dai possessori di tale tesoro, che ovviamente non sono disposti a cederlo a
un estraneo.
Il talismano per eccellenza, capace di arrivare alla gallina d’oro è una ragazza
vergine. In molti bestiari medievali si parla della capacità che hanno
esclusivamente le vergini di attirare a sé, fino a farsi docilmente catturare, gli
unicorni. Non meravigli quindi che anche a Favara si senta la necessità di
ricorrere al sangue di una vergine per eseguire alcuni riti propiziatori alla
cattura del tesoro piumato. E a proposito di piume sono indispensabili anche
due galli di colore differente, precisamente uno tutto bianco e l’altro tutto
nero.
Resta inteso che ad essere sacrificata sia la ragazza vergine, anche se nella
realtà verranno sacrificati soltanto i galli.
Il loro sangue sarà, in questa rappresentazione magica, il sangue della
vergine; la loro morte sarà quella della ragazza. Il suo sangue sarà anche il
sangue del suo menarca, la prima mestruazione, quel confine che delimita in
maniera eclatante il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
I sangue dei galli sacrificati sarà anche l’allegoria del sangue della
deflorazione. E questa particolare visione viene confermata dalla “cattiva
fama” che ha perseguitato fino a tarda età una ragazza che si era
avventurata, appena in boccio, alla ricerca della gallina dalle uova d’oro su
per le balze del Caltafaraci in una notte di plenilunio, sola, accompagnata da
un uomo che, forse solo apparentemente (sussurrano i maligni), era
interessato alla caccia della gallina d’oro.

I vari tentativi fino ad oggi intrapresi per scovare la famosa gallina sono tutti
quanti falliti miseramente e finché qualcuno, più fortunato, non riuscirà a
rintracciarla e a prenderne possesso, la gallina d’oro e la sua nidiata
continueranno a beccare sulle pendici del monte che fu patria di tanti popoli
diversi e continuerà a nascondersi lungo le gallerie misteriose che collegano
(o collegavano) il castello che appartenne ai Chiaramonte con le visceri della
magica montagna.
La montagna oggi ha perso gran parte del suo antico fascino perché è erosa
da un agglomerato di case abusive che l’aggrediscono come un cancro
crudele.
Nessuno conosce le vere fattezze sia della chioccia e sia dei suoi pulcini,
come nessuno conosce la loro voce. Probabilmente nessun suono sarà
uscito dalle loro ugule perché erano “legati” ad un incantesimo che imponeva
il massimo della segretezza. Il nostro disappunto è senz’altro incolmabile
perché solo lontanamente possiamo immaginare quale canto paradisiaco
sarebbe potuto essere modulato da quei aurei strumenti musicali.
Ma perché la gallina e la sua nidiata d’oro sono così ambiti ? Non certo
soltanto per la quantità d’oro, di cui sono composti. Questi animali hanno una
prerogativa che tutti gli altri animali, uomo compreso, non hanno : sono
immortali.
Può l’oro conoscere la corruzione della carne, anche se veste le forme di un
animale ? Sicuramente no. L’immortalità, inoltre, ha un’altra proprietà : non
conosce la storia, il lento e inesorabile passaggio del tempo.
L’animale d’oro non invecchia : la chioccia sarà chioccia per sempre, così
come in eterno resteranno i pulcini, destinati a non diventare mai adulti. Il
fortunato possessore di questo tesoro potrà così illudersi di impossessarsi
anche del loro segreto dell’immortalità e con la loro eternità sconfiggere forse
la propria morte.
Diverse considerazioni vanno fatte sui colori presenti in questo quadro.
Incominciamo dal differente colore dei galli. Il bianco e il nero rappresentano,
nella fantasia cromatica delle nostre storie locali, le parti eternamente in
conflitto della nostra personalità, del bene e del male, del giorno e della notte;
giorno che ci porta quanto noi siamo in grado di percepire, conoscere e
godere e la notte, gravida di mostri (3) , spesso provenienti dal nostro io
addormentato. La luce e la tenebra; la luce di Dio che annulla il buio

proveniente dal demonio; la luce della conoscenza che rischiara il buio della
nostra ignoranza. Il bianco e il nero, principio e fine del processo alchemico,
dal nigredo all’albedo.
Il colore giallo degli uccelli rappresenta il sole, il calido potere fecondante
maschile in contrasto a quello femminile rappresentato dall’algida luna.
I colori nero, bianco, giallo e rosso sono anche i colori che nel processo
alchemico, del cammino alla purificazione che ogni sostanza, la nostra anima
compresa, alla purificazione e alla perfezione.

 

 

3) Vedi anche quanto detto a tal proposito nel capitolo sulla Mala luna.

 

 

 

Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie

 

 

 

 

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