Il Giafarat non ha corpo, o meglio ancora, non ne possiede uno proprio. Lontanamente potrebbe rassomigliare al paguro perché è pur esso alla ricerca di un corpo in cui albergare. L’analogia è però alquanto imperfetta perché il paguro un vero corpo ce l’ha anche se solo parzialmente ricoperto da una corazza che non è in grado di rivestirlo e proteggerlo del tutto, per cui è costretto a trovar rifugio in una conchiglia. Il giafarat, al contrario, è alla ricerca, quasi disperata, non di un esoscheletro, un rivestimento per quanto rigido, ma esterno, ma di un corpo, di un corpo vivo. Il nome non si sa cosa effettivamente significhi, né si sa quale sia la sua etimologia. Si presume per l’assonanza che derivi dall’arabo, ma in quella ricca miniera di notizie le più disparate possibili che è costituita dalla raccolta di fiabe “le mille e una notte”, non si mai cenno ad un mostro di siffatta natura. Proprio per vincere tale difficoltà, alcuni etimologi ipotizzano che derivi o dal greco o da una lingua arcaica indigena, magari successivamente arabizzata. Un vero e proprio guazzabuglio, una vera e propria torre di Babele bonsai racchiusa in una parola soltanto. Oltre a questo nome così oscuro, contribuisce ancor più ad accrescere il timore panico per questa entità, tutto ciò che sa d’incorporeo, di non visto, di non toccato, di non annusato. Molti addirittura, quando ne parlano, non lo nominano affatto per paura di evocarlo, limitandosi ad indicare un punto impreciso, il più lontano possibile dallo spazio circostante. Alcuni financo si segnano, come se si trattasse di un mostro uscito dalle bolge infernali. La genete è inoltre angosciata dalla possibilità che ha il giafarat di assumere la forma di un qualsiasi animale, non importa se a sangue caldo o freddo ; molte volte prende la forma dell’animale a noi più caro. Cosicché un contadino potrebbe cavalcarlo convinto di essere sul dorso della propria mula o del proprio asino, come un cacciatore di accarezzarlo convinto di avere tra le braccia il proprio cirneco dell’Etna o il pecoraio di mungerlo pensando che sia un animale del suo gregge. In effetti l’animale è proprio quello, poiché inizialmente si comporterà proprio come l’animale di cui prende la forma. Poi con il tempo incomincerà a manifestarsi la propria vera natura. Il giafarat infatti lentamente, gradualmente ne prenderà possesso. E così un cane affezionatissimo al proprio padrone a poco a poco darà segno di indifferenza, di disaffezione e poi successivamente incomincerà a digrignare i denti, a manifestarglisi aggressivo, fino al punto di non riconoscerlo più. Non avrà più nemmeno alcuna traccia di imprinting. Non si creda comunque che il mostro si limiti a divorare dal di dentro (“invorare”) solo i mammiferi. Ha fatto senso, ad esempio, quanto avvenuto ad una coppia di colombi. Ogni quaranta giorni sia i colombi e sia i padroni erano allietati da una nuova nidiata. Poi col passare dei giorni e delle settimane la femmina incominciò ad estraniarsi, a svolgere svogliatamente prima e poi a rifiutarsi del tutto a svolgere i compiti che prima con diligenza compiva. Non accudiva più né il suo compagno ma neanche i piccoli piccioni. Finché un giorno non ritornò più al nido. Il colombo si lasciò morire d’inedia e di disperazione e alla fine anche l’ultima nidiata venne travolta dalla disgrazia. Dopo alcuni giorni venne rinvenuto il corpo della colomba del tutto rinsecchito, come se fosse stato aggredito da un tempo infinito e non da pochi giorni. Questo a riprova che non era rimasta vittima di un cacciatore e né che il tutto fosse soltanto dell’impressione di una famiglia particolarmente fantasiosa. Esiste un metodo per riconoscere un animale “invorato”, ma è purtroppo a posteriori, quando ormai non c’è più nulla da fare. Consiste esclusivamente nell’analizzarne l’ombra. Se questa si presenta con i margini sbiaditi, mal definiti, senza alcun ombra di dubbio l’animale sarà stato colpito dal giafarat. Spesso è presente un’inquietudine, molto simile a quella che colpisce alcune specie di animali nell’imminenza dei temporali e dei movimenti tellurici ; una specie di aura che preannuncia tempi sicuramente oscuri. La possibilità, al limite, di una diagnosi precoce servirebbe a distruggere il mostro. A tal fine basterebbe ucciderne l’ospite, magari con il fuoco. Ma chi ucciderebbe la propria bestia soltanto perché un giorno si mostra inquieta e basandosi su sintomi alquanti indefiniti e analizzando la forma e la consistenza di un’ombra ? Il giafarat non si moltiplica perché, non possedendo un proprio corpo, non ha la necessità biologica di riprodursi. Riprodursi vuol dire principalmente evoluzione, ma come può evolversi un essere privo di corpo ? A che pro, infine, evolversi se si è già ben adattati ad una forma così particolare di vita ? Il giafarat potrebbe essere considerato quindi o un essere estremamente evoluto o, indifferentemente, un fossile vivente. Non bisogna dimenticare che un siffatto animale non ha la necessità di perpetuare la specie perché ovviamente non conosce la morte. Resta comunque un mistero il motivo per cui un simile organismo abbia la necessità di vivere succhiando la vita di altri esseri viventi. Si possono avanzare soltanto delle ipotesi. Una potrebbe essere legata alla nostra necessità di esorcizzare il nostro inconscio, le nostre paure più recondite, scaricando in un essere al di fuori di noi i fantasmi che dentro ci rodono. Un’altra spiegazione, meno “profonda”, potrebbe essere legata alla necessità, in epoca pre microbiologica, di spiegare come certe malattie infettive si possano propagare. Un’ultima ipotesi potrebbe essere costituita dalla rappresentazione fantasmatica delle malattie quali i tumori maligni o l’AIDS, che divorano dall’interno il malcapitato. Sia che si creda che il giafarat sia un vero e proprio animale proteiforme, sia che venga considerato l’incarnazione di paure ancestrali che, di volta in volta, di epoca in epoca, di cultura in cultura, cambi la propria immagine archetipica, resta comunque un fatto : il giafarat continuerà ad abitare nel corpo e nell’anima di ogni animale appartenente ai favaresi, che sperano soltanto che si limiti ad abitare questi corpi e non decida un giorno di possedere anche loro.
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie