Esisteva fino alla metà del secolo scorso, nelle campagne favaresi, una
specie di grossissimo maiale, di cui oggi si è persa completamente la
memoria, era un animale che superava di gran lunga, in peso, i tre quintali. In
esso bisognerebbe vedere il leggendario «scaglio», di cui si parla in qualche
vecchia cronaca, in qualche stinta stampa conservata presso la locale
biblioteca comunale e ancor più nella nostra ricca tradizione orale.
Era un animale gigantesco, molto simile ai suini o, forse meglio, ai cinghiali,
una volta scorrazzanti nelle dumose campagne riarse, ma che aveva una
pelle molto dura, spessa, coriacea, quasi un carapace, ricoperta da scaglie,
da cui il nome. Queste differenze anatomiche non sarebbero comunque
sufficienti a considerarlo come specie a sé; al limite lo si sarebbe potuto
indicare come un maiale rinselvatichito, la cui pelle, simile a una corazza , era
da imputare alla veneranda età e alle ferite provocate dai rovi. Esistevano,
comunque, delle differenze ben più significative nel suo comportamento.
Gli scagli erano molto aggressivi e specialmente in alcuni particolari periodi
dell’anno. Passavano il tempo a strofinarsi con estrema violenza contro tutto
ciò che trovavano di ruvido (anche rocce taglienti) fino a farsi spuntare la
carne viva, sotto la loro coriacea cotenna, che si tingeva di rutilante color
sangue. Alcune pietre per il continuo strofinio nel tempo hanno addolcito le
loro asperità, fino a quasi diventare rotonde mammellonute protuberanze
della terra.
Durante queste loro crisi d’agitazione erano capaci di avventarsi contro
animali di taglia di gran lunga più grande della loro e persino contro gli
uomini, che di solito evitavano come la peste.
Parecchi bambini, sfuggiti al controllo degli adulti, finirono difilati nelle loro
ingorde fauci.
In parte questa loro così spiccata aggressività, che li portava a sbranare
quanto di vitale si muoveva davanti ai loro occhi, era causata dall’enorme
perdita di proteine e sangue dovute ai frequenti e interminabili strofinii, ma, in
gran parte, dal senso di fastidio che provavano sotto la pelle : un formicolio
continuo, una sensazione di lombrichi che scavassero immense, orride
gallerie in quella cotenna dura e apparentemente impenetrabile, ma pur
sempre provvista di terminazioni nervose per il dolore ; un fastidio così
insopportabile da ridurre questi giganteschi animali alla follia.
I contadini pensavano che tali crisi dipendessero esclusivamente dai periodi
di calore. La realtà invece era molto più complessa. Era vero che tali animali
erano più agitati quando entravano nella stagione degli amori, ma si trattava
di una semplice coincidenza. Nella pelle dell’animale vivevano dei parassiti.
Questi si moltiplicavano più velocemente nel periodo di calore dell’ospite,
perché gli ormoni sessuali da questo increti, ne esaltavano ogni attività
biologica.
Gli scagli scaricavano allora la loro rabbia o negli attacchi d’aggressività o
nella monta (vissuta più come una forma di violenza che come piacere) o,
infine, nell’ininterrotto e cruento sfregamento, che li trasformava in impazienti
martiri di se stessi.
Alcuni animali venivano trovati sfracellati nei burroni o annegati nelle
«nache», pozze d’acqua, ricordo dei fiumi, che in estate seccavano quasi del
tutto.
Forse si trattava di veri e propri suicidi dati dall’esasperazione e dalla voglia
di farla finita con quel tormento, sordo, inesorabile, eterno.
Il concetto di suicidio forse non esiste nelle bestie, in quanto legato alla
cognizione della propria morte; “privilegio” che sembra riservato soltanto alla
specie umana. Molto più probabilmente si sarà trattato di animali che,
cercando refrigerio nell’acqua, vi annegavano colti da sopraggiunte crisi
motorie. O si sfracellavano nei dirupi perché obnubilati da un’angoscia simile
all’aura, che preannunzia le crisi epilettiche.
Talvolta, in piccoli gruppi, si davano a rovinose fughe tra i campi. I contadini
allora, per allontanarli dai pollai, dai loro bambini e da loro stessi, li colpivano
con le lunghe canne che servivano per la bacchiatura o accendevano il fuoco
con le sterpaglie per occultare i loro beni con il fumo.
Poi, le migliorate condizioni igieniche, i notevoli progressi compiuti dalla
zootecnia e dalla zooprofilassi, hanno portato alla scomparsa dei parassiti e,
conseguentemente, dei loro infelici ospiti. Crescevano sempre più suini e
sempre meno scagli fino alla loro completa estinzione.
Lo scaglio è quindi uno strano animale perché non è mai esistito se non
grazie al proprio parassita, che ne ha giustificato, impropriamente, la
classificazione come specie a sé stante.
Questa specie sarebbe rimasta nella tradizione popolare solo come un brutto
sogno se non si fosse rivelata alquanto utile ai fabbisogni della collettività di
quel tempo. Le scaglie, sia quelle perdute per fisiologica esfoliazione, per lo
strofinio e quelle cadute durante la «bacchiatura»,venivano utilizzate in
agricoltura, nell’artigianato e perfino in cucina.
Le piante, che crescevano in mezzo alle scaglie, mostravano un maggior
rigoglio, dovuto all’enorme quantità di azoto contenuto in quei frammenti di
tessuto animale. Tale fenomeno, dapprima accolto con superstizioso timore,
diede in seguito l’avvio ad un florido commercio di concimi, ricavati dalla loro
triturazione. A questa attività, alquanto lucrosa, poi destinate esclusivamente
le scaglie più brutte sia per forma e sia quelle più scadenti per qualità.
Le più belle, le più trasparenti e quelle che mostravano un effetto
madreperlaceo, venivano invece destinate all’artigianato per la fabbricazione
di giocattoli, ex voto e monili. Purtroppo di questa attività artigianale nulla ci è
pervenuto. Inutilmente alcuni ricercatori sono andati alla caccia di ex voto
nelle più sperdute chiesette di campagna o nei tabernacoli che venivano
costruiti agli incroci delle strade e che servivano a cancellare la sete di
vendetta proveniente dalla terra bagnata dal sangue di vittime innocenti di
agguati criminali. I preti di quel tempo, infatti, ne avevano proibito
tassativamente la collocazione ai piedi dei simulacri dei Santi, in quanto
provenienti da animali immondi e pertanto effigie della Bestia per eccellenza,
Satana.
Il più strano ed affascinante uso resta quello culinario. La loro commestibilità
fu scoperta per puro caso e la si deve alla curiosità infantile e all’abitudine,
tipica dell’età dell’inconsapevolezza, di portare tutto alla bocca.
Le scaglie ebbero una grande richiesta come alimento perché inalterabili nel
tempo, leggere e sapide.
Il loro sapore, decisamente salato (dovuto al cloruro di sodio del sudore),
inoltre, conquistò del tutto il palato non proprio raffinato dei contadini non usi
al consumo delle spezie precluse alle loro misere risorse economiche, i quali,
da vittime delle loro scorrerie, si trasformarono nei loro più gelosi tutori e
finanche allevatori.
Li circondavano e con le lunghe canne li «bacchiavano» così come ancora
oggi si bacchiano gli ulivi e i mandorli. Ma questa pratica non aveva più nulla
dell’antica violenza praticata per difendersi, né vi era più la voglia di arrecare
loro del male; anzi si badava a che i colpi non provocassero ferite agli occhi e
ad altre parti delicate dell’animale in quanto da oggetto di vendetta si era
trasformato in fonte di guadagno.
I braccianti e i contadini poveri, che non avevano la fortuna di possederne
alcuno, si limitavano a «fare viscuglia», cioè a spigolare. Si recavano per i
campi a raccogliere le scaglie esfoliate dagli animali lungo il loro cammino.
Alcuni scagli, quelli più piccoli e quindi più teneri, venivano macellati come i
comuni animali. I più vecchi, invece, morivano di morte naturale o accidentale
divenivano «e di cani e d’augelli orrido pasto» in quanto duri oltre qualsiasi
fame umana.
Le scaglie erano un pasto abituale tra i più poveri e si preparavano come il
baccalà, dopo un periodo variabile di tempo in ammollo sia per ammorbidirle
e sia per attenuarne la salinità. Talvolta venivano adoperate a mo’ di cotenna
di maiale, o frantumate al posto del comune sale di cucina. Venivano
utilizzate, infine, per preparare il «macco». Il macco è una specie di purea di
fave prossime alla mietitura, che si conservava in apposite giare di creta per
l’inverno sotto un leggero strato d’olio d’oliva.
I favaresi erano soliti condirlo con abbondanti quantità di scaglie. Il loro
sapore decisamente forte attenuava quello rancido dovuto alla lunga
conservazione del macco. Ben presto si passò dall’insaporire il macco alla
preparazione di vero e proprio macco di scaglie di scaglio.
Altre volte però le si lasciava sciogliere lentamente in bocca, a mo’ di
liquirizia; uso quest’ultimo non limitato soltanto ai bambini in quanto anche gli
adulti non lo disdegnavano affatto. Anzi, trovavano molto più economico
ciucciare le scaglie che non il più caro tabacco e li aiutava a sopportare
meglio la sete nelle torride giornate della lunga estate siciliana.
Nulla si sa, invece, dell’uso fattone da certe «maare» nelle loro pozioni
magiche o nelle pratiche mantiche, interpretando le screziature come se
fossero i solchi d’una mano.
A ben ragione si può affermare, a conclusione di quanto fin qui riferito, che
sullo scaglio era sorta un’intera cultura molto simile, per certi aspetti, a quella
basata sul bisonte nel Nuovo Mondo, anche se più effimera in un’area
geograficamente più limitata e con valenze simboliche molto più povere.
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie