Se un giorno un viaggiatore si avventurasse per le strade di Favara,
resterebbe colpito dalla presenza di buche, di forma e profondità le più
disparate, che numerosissime si trovano nel manto stradale del paese ;
buche che gli abitanti del luogo son soliti chiamare familiarmente “scaffe”.
La scaffa non è un animale, ma il prodotto di miliardi di batteri, che si nutrono
di bitume. Per aversi una scaffa, però, non necessita che ci siano i
microrganismi, ma è essenziale anche un’azione traumatica persistente, che
causi la frantumazione del manto stradale, che faciliti la successiva
penetrazione del batterio, che nei piccoli anfratti possa instaurare le sue
colonie.
Prova ne sia che il catrame adoperato per la copertura di solai e
l’impermeabilizzazione dei muri, molto difficilmente viene sgretolato, e mai
comunque alla stessa velocità, e digerito dal famelico agente in questione.
Il favarese questo istintivamente lo sa e il suo costeggiarne i bordi,
delicatamente a bassa velocità, quasi a passi di danza, oltre a prolungare la
vita delle sospensioni della propria autovettura, serve a ritardare il più
possibile la ricomparsa della scaffa e , comunque, di un suo ulteriore
ingrandimento.
È inutile cercare i batteri responsabili delle scaffe al centro delle buche : lì c’è
solo materiale inerte, di scarto. Il batterio vive, invece, ai margini, sui bordi
della buca stessa : una sottilissima pellicola invisibile composta da miliardi di
colonie che, con direzione centrifuga, a conquistare nuovi spazi, prima mai
raggiunti. È un grossolano errore, pertanto, riempire le scaffe di nuovo
catrame. I batteri, invece di morire, troveranno altro materiale di cui nutrirsi e
in un tempo più o meno breve si avranno immancabilmente delle fiorenti
ricadute.
Bisognerebbe, al contrario, seguire l’esempio dei dentisti, per non avere delle
recidive o, quanto meno, il più tardi possibile. Ciò è reso possibile soltanto
togliendo con cura tutta la pellicola erosiva. Bisognerebbe garantire cioè una
scrupolosa toilette della lesione, curettando tutti i margini della scaffa. Dopo,
e soltanto, dopo tale opera di pulizia, la si potrà “piombare” con altro bitume.
La causa della sua frequente ricomparsa è dovuta proprio alla mancata o
imperfetta opera di “toilette chirurgica”, similmente a quanto si verifica con
certi tumori o con le carie dentarie.
Ma ciò che importa descrivere nel presente capitolo non è tanto la vita di
questo batterio o la sua morfologia perché in fondo un batterio in quasi tutto
simile ai batteri già conosciuti, ma il comportamento dei favaresi, il modus
vivendi instauratosi nel corso degli anni tra uomini e carie stradale.
I favaresi sanno, per antica esperienza, che le scaffe ritornano, riaffiorano
nell’identico luogo in cui si trovavano. L’ipotetico viaggiatore resterebbe
stupito, oltre che dalla prospera presenza delle scaffe, una vera e propria
fioritura per le vie cittadine, anche, se non soprattutto, dal modo in cui gli
abitanti abitualmente guidano. Il favarese costeggia i margini non soltanto
delle buche presenti, ma anche di quelle temporaneamente piombate.
In un tratto, ad esempio, magari del tutto rettilineo, con il manto stradale
immacolato, l’indigeno compie un percorso serpiginoso, a tratti rallenta
dolcemente, a tratti accelera, a tratti frena del tutto, per lasciarsi trascinare
dalla forza di gravità della lievissima discesa, quasi fosse una piuma. Senza
mai, nel suo zigzagare, ricorrere a movimenti bruschi ; quasi eseguisse figure
di una danza cosmica, dai movimenti dolcissimi guidato da una musica
interiore ritmata sul suono dell’Aum. Durante tutte queste coreute figure il
favarese mai ricorre alle frecce segnaletiche, inutili, se non addirittura
pericolose, dato che tutti i nativi hanno ben stampigliati nei loro cervelli i
circuiti da seguire. Ciò può essere causa di nocumento soltanto per i forestieri
non adusi a simile condotta di guida. Il nativo, invece, si piega con delicata
naturalezza al reclinare dei bordi, quasi li accarezzasse. Similmente a un
animale che percorra una trazzera di montagna, di cui conosce ogni
anfrattuosità, ogni pur minimo particolare.
Al carretto si è sostituita l’automobile, all’asino il guidatore, ma il risultato è
rimasto invariato. Parliamo di asino a ragion veduta. Gli asini, fino a pochi
decenni fa, erano l’unico mezzo di locomozione in paese. Questo animale
conosceva la strada a memoria. Ciò gli era indispensabile perché il carrettiere
ben volentieri si lasciava vincere dal sonno sia per la fatica sia per qualche
bicchiere di vino di troppo. Il povero quadrupede doveva fare quindi le veci
del padrone, pena il rischio d’incorrere in qualche brutto incidente.
Ancora oggi nel proprio inconscio il favarese si abbandona fiducioso
all’automobile, confidando nelle sue innate capacità di guida. La lava, la
striglia e l’accoglie nella vecchia stalla riattata a garage per ripararla dalle
intemperie e dal freddo della notte, conservando con essa l’inalterato
rapporto d’amore e di confidenza, che nutriva per il ben più umile e vitale
mezzo di trasporto.
Altre volte, senza avvertirne le contraddizioni, prende il posto lui stesso del
vecchio ed obsoleto mammifero. Così si spiegano sia la sua bizzarra
condotta di guida, sia il suo costeggiare cigli di scaffe.
Tale contornare i margini delle buche stradali, comunque, non fa avvertire la
ricomparsa, ogni giorno più evidente, della scaffa. Il favarese ne compie il
periplo prima e dopo. Sta nella sua mente prima ancora che nel manto
stradale.
Sia gli automobilisti, sia i sempre più rari carrettieri, sia i pedoni seguono
percorsi serpiginosi, ondulanti, simili a file di infaticabili formiche. Tutte le
attività che comportano, anche se minimamente, l’atraversare una strada
sono influenzate dalla presenza più o meno reale delle scaffe.
È tale l’abitudine a questa convivenza che il favarese non può più vivere
senza le scaffe. Con angoscia ha assistito, inerme, alla posa per le strade del
paese di una pellicola di catrame. I tamponamenti a catena, gli intasamenti
del traffico si sono susseguiti con ritmo incalzante. Poi a poco a poco sono
ricomparse più floride di prima le buche, che hanno di nuovo riportato al
normale, abituale ritmo il traffico cittadino, facendo scemare a poco a poco
gl’incidenti stradali.
Il modo quasi coreico di muoversi sia in auto sia a piedi, ha dato adito alla
maligna diceria, alimentata dagli abitanti dei paesi limitrofi, che i favaresi
siano dediti al culto di Bacco e che la pur notevole produzione vinicola sia
quasi esclusivamente destinata ad uso interno e non all’esportazione.
Nulla di più falso, ovviamente. Gli abitanti dei paesi vicini non hanno avuto la
ventura di convivere con un simile e autoctono batterio.