Mi trovo sulla cima di un’altura. Di fronte si stende una valle sterminata, nemmeno da quell’altezza se ne scorgono i limiti. L’orizzonte si sfoca a ogni punto cardinale.
Mi indicano il fondo. Nell’abisso verde degli alberi e le radure, si percepisce il movimento della vita, un procedere che muta senza necessaria progressione. Mi dicono di tenermi pronta. Continuo a guardare e rimango in attesa.
Dal cielo pendono due funi. Ne afferro una. È soffice e non ferisce le mani. L’altra estremità non è retta da alcunché. Non c’è braccio, non c’è appiglio, non c’è nodo. La fune cade dall’azzurro, ma se la tiro, sento che reggerà il mio peso.
In due prendiamo una breve rincorsa e, senza un segnale convenuto, ci lanciamo nel vuoto. Il volo è semplice e fluido. Chi mi accompagna rimane a pochi metri di distanza alle mie spalle.
Il mio corpo fende l’aria, attraversa la valle e la sto- ria. Vedo le ere glaciali, le terre che emergono, i mammuth, l’avanzata dei clovis, gli zigurat, le piene del Nilo, Tebe in fiamme, le navi fenicie sul Medi- terraneo, gli eserciti di Alessandro, gli avamposti dell’impero romano. Sorvolo le carovane sulla via delle spezie, le orde dei lanzichenecchi, i cantieri delle cattedrali gotiche, i cammini dell’impero inca, le spedizioni di Magellano, la costruzione della grande muraglia, le marce proletarie e la rivoluzione russa, le guerre mondiali, il fungo atomico.
Arrivo dall’altra parte, sospinta da un unico movimento, nel tempo di un respiro. I miei piedi toccano la terra e la storia è in uno sguardo. Arrivo dall’altra parte con la conoscenza del mondo.
(da VERMIGLIA GOCCIA, MANNI editore, 2023)