Lo scarabeo delle zolfare probabilmente esiste ancora. Che nessuno l’abbia più visto non lo si può imputare del tutto soltanto al cambiamento del suo ambiente naturale, dovuto ai vigneti ad altre colture specializzate. I contadini, dicono i sostenitori di questa ipotesi, utilizzano per l’impianto dei vigneti vomeri alti quanto una casa, che distruggono tutto quanto trovano al loro passaggio, figurarsi quindi che cosa possa rimanere delle intricate gallerie degli insetti, in generale, e dello scarabeo delle zolfare, in particolare. Senza dubbio tale ipotesi spiega molto, ma non può dirsi che sia del tutto esauriente. Non basta dare la colpa della scomparsa di questo insetto solo ai mezzi meccanici utilizzati in agricoltura perché anche in certe zone inaccessibili ed incolte lo scarabeo delle zolfare è scomparso.Né si può dire, come fanno alcuni, che lo scarabeo delle zolfare sia soltanto una favola dei contadini e che tale scarabeo non sia mai esistito. Affermare ciò è terribilmente semplicistico. Non si può negare una realtà, anche se non facilmente inquadrabile nei propri schemi culturali, nascondendo il proprio spirito di ricerca nella sabbia della negazione dell’evidenza. Ci sono tante prove che dimostrano il contrario : basti pensare che, proprio osservando questi insetti, si sono scoperte certe zolfare di notevole interesse economico per la vita non solo di Favara, ma di tutta la Sicilia. Si afferma da più parti che il barone Mendola abbia deciso di costruire l’orfanotrofio su un sito indicato da una colonia di scarabei delle zolfare e a dimostrazione di ciò portano come prova il fatto che scavando per le fondazioni abbiano i muratori scoperto un filone di zolfo purissimo, col cui ricavato si è potuto finanziare una buona parte dell’opera benefica. Quello che venne allora considerato un evento soprannaturale in realtà era il frutto di un’acuta osservazione dei fenomeni naturali. Il motivo della sua scomparsa, forse il principale, sta nel fatto che probabilmente lo scarabeo delle zolfare esiste ancora, ma passi del tutto inosservato. La fame del tempo, l’essere perseguitati da tutto e da tutti, la corsa sfrenata al guadagno, la negazione dell’ozio come valore e la paura di restare soli con i propri pensieri, hanno portato alla sua scomparsa. I vecchi zolfatai una volta, quando il tempo scorreva con il ritmo delle stagioni e delle albe e dei tramonti, erano soliti passare intere giornate alla ricerca dello scarabeo. Addirittura incominciavano da bambini, come gioco, e poi continuavano da carusi, come lavoro ; lavoro che incominciava già a sette – otto anni. Passavano interminabili ore ad osservarne la vita, le abitudini, gli amori, i pasti. Lo scarabeo delle zolfare è giallo e questo è già fondamentale per la sua identificazione (1) , ma, caratteristica molto importante per i fini economici, ha l’abitudine di portare, rotolandole con le zampe anteriori, palline di zolfo purissimo. Il migliore zolfo di Sicilia è stato scoperto grazie ad essi. È uno scarabeo che, invece di utilizzare lo sterco per depositarvi le uova, usa lo zolfo per mantenere puliti e privi di muffe i lunghi ed intricati canalicoli, che scava negli incavi delle serre siciliane. Le miniere Lucia, Ciavolotta, ad esempio, sono state scoperte per mezzo di questo piccolissimo ed apparentemente insignificante animale. Talvolta i minatori, per arrotondare la paga, aleatoria e quasi sempre rosa dal soccorso morto (che trasformava l’operaio in uno schiavo incapace di riscattarsi restituendo al datore di lavoro il denaro anticipato alla famiglia per l’ingaggio), erano soliti cercare altre vene solfifere da sfruttare per conto proprio e lo facevano appunto osservando tali insetti, di cui ormai conoscevano tutto e che erano entrati a far parte, a pieno titolo, del loro immaginario e del loro gergo. Nella cosmologia dell’antico Egitto, lo «scarabeo sacro» occupava un posto di rilievo, nel suo eterno rotolare palline di sterco veniva visto il corso dell’Universo e dei destini umani. Se non proprio sacro come per gli Egizi, lo scarabeo delle zolfare ha avuto il massimo rispetto dai minatori, perché assicurava loro di che vivere decentemente. E se poi si considera che il pane era ritenuto sacro (era bestemmia capovolgerlo; addirittura peccato mortale spezzarlo senza avergli tracciato sopra il segno della Croce), se ne deduce una sacralità legata non tanto alla visione del mondo, ma ai più elementari bisogni vitali. Oggi, quando qualche anziano zolfataio accenna allo scarabeo delle zolfare, molti si mettono a ridere. Il minatore sa che con lo scarabeo è finita un’epoca ed è finito anche il lavoro, «il pane», assicurato dallo zolfo e sa inoltre che, oltre allo scarabeo, a prendere la via dell’esilio, dopo la chiusura delle miniere, sono perfino i propri figli, costretti a trovarsi un tozzo di pane alla stranìa (all’estero o nel Nord Italia).
(1 Alcuni affermano che sia falsamente giallo, ma nero come tutti gli altri scarabei. Il colore giallo sarebbe causato da una patina di polvere di zolfo depositatasi, col tempo, sulla sua carcassa di chitina. Altri affermano, al contrario, che il colore giallo sia quello reale e che sia dovuto all’adattamento ecologico, per selezione naturale, ad un ambiente particolarmente ricco di zolfo o, in subordine, ad un fenomeno di mimetismo simile a quello adottato dai camaleonti o dalle seppie, rimanendo nero il suo reale colore.)
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie