Assunta Sanzari Panza
La visionaria
Firenze, Vallecchi, 2026
La memoria è cornice del quadro. /Mi allontano indietreggio/
…/ma la voce che abbraccia/il ciliegio resta immutata. /
appare la visionaria/che forma deforma trasfigura…
«Scrivere significa costruire il linguaggio, non spiegarlo»: un illustre pensiero sul linguaggio è in esergo. Credo che l’autrice abbia tenuto fermo a suo modo questo assunto, come ognuno può vedere fin dal testo iniziale, e poi lungo le quattro sezioni del libro. L’attenzione privilegiata alla lingua è già in premessa. Si presenta con un verso a volte in ritmi compatti: «A terra pietre roteanti scagliate/famelica furia ventre di terra:/ospizio di voci salmi inattesi», altre volte disuguali, sempre modi sorvegliati, grandi immagini un po’ come manifesti sono poste a titolo e in corso di libro. La lingua certamente produce senso anche di per sé stessa: epperò si ravvisa, anche in tale costruzione della lingua, alcunché di molto inquieto, movimentato: nel testo Elmo lucente è in abbinamenti di senso opposto (dall’iniziale «Infuriava la tempesta di pace» al finale «ecco la spira di guerra avvolgente»: come, infuria la tempesta di pace, pace che piuttosto potrebb’essere avvolgente? All’opposto, avvolge la guerra, che invece potrebbe infuriare?).
Formulazioni quasi di paradosso, si direbbe… cosa vorrà dire, quest’uso della lingua? Come un tormento continuo, nel domandare, indagare, inquisire, rimproverare. Come di cose che non tornano. La poesia non è un trastullo, tanto più se esibisce dilemma. E quindi un profluvio di parole stirate, stravolte, invenzioni di parole composte di parole, un flusso sempre guidato dallo sguardo che cerca l’uscita dall’usuale ma non si tratta di calembour o di mero gioco, o soltanto di ricerca per la ricerca. Poi, nella parola del libro v’è molto della tradizione poetica e almeno europea ma la lingua che appare è indiscutibilmente costruita dall’autrice. Dominio della lingua.
Ma l’intento soltanto così può dirsi? Se, intanto, la lingua si costruisce, in poesia soprattutto, l’architetto deve almeno spiegare a sé stesso la ratio della costruzione: si tratta pur sempre di un progetto che si fa nello scrivere al fine che sia degno di nota. Qualcosa di cui è possibile (dopo) tracciare e rintracciare le linee portanti.
Che la lingua parli sé stessa, già questo riporterebbe a note correnti di filosofia del linguaggio. Ma, stando almeno a quel che par di vedere nel libro, viene da pensare che la parola ci dice (cioè dice a noi) ma anche la parola dice noi, e infine, la parola dice a noi qualcosa di noi stessi.
Si tratta di inquietudine, e come non esserlo, inquieti? Come Cassandra, il testo ci avvisa a partire dagli assunti di poetica per come vengono realizzati e dunque la completezza del libro mi sembra risieda anche e insieme in questo, in ciò di cui si dice.
Perché la lingua si costruisce in questo modo ovvero con tali immagini? Già, immagini e modo di presentarle: cinema, pittura, con certi spunti del Caravaggio, musica/silenzio, immagini di vita, brani da testi sacri e della classicità e dalla mitologia greca, «visioni» rese «in arte come/artificio» eppure «visioni di guerra», ripetuti fantasmi di donna bambina già sposa bambina, di donne tragiche di oggi come di allora.
Il titolo La visionaria a chi può riferirsi? Visionario può in qualche modo risultare qualsiasi poeta, certamente, ma intanto qui la figura di Cassandra rappresenta anche il negativo che il femminile sopporta, come risulta nella cronaca e, soprattutto ma non solo, in certi contesti di cultura. Eppoi il peso delle cose, dell’esserci, in svariate dimensioni: «… chiamami coscienza…/Sono il tuo peso dolente», o «Ridono gl’ignari del tempo in dono»; venature di tristezza: «Quanto vivranno le gemme color oro?», il tema della prima volta che può essere l’ultima –, grida di rivolta, come «Rompi il cerchio, scaténati!», esortazioni: «…Sàlvati/brevis vita», condanne e rampogne per la «decisa perfidia» del mondo. La ricerca un po’ allucinata di figura che non si può più trovare, perché la vita fu (è) come per un «errato moto di scacchi» o come quando «gira la roulette», in quella incertezza che uguaglia vita a sogno, «attesa del nulla» e parola che è «cenere». La visione del tempo finale, fermo – ma solo «nello strapiombo», nell’ «oasi di pace/avvolta nella pece».
Come il grande francese, «cerchiamo anche noi il tempo perduto». Nonostante l’arte-artificio, cosa che non torna: o torna?
Poetica e visione del mondo di lingua, in uno spirito non pacificato, in una sensibilità esasperata della vita e del nostro tempo: «Vive Cassandra nella parola/che genera parola/nei fonemi promiscui/nelle grida monito di rovina».
Nocera Inferiore, marzo 2026
Carlo Di Legge