Rispetto all’orecchio
– sentenziale
– conferma le relazioni
– stazionaria
a – continua
è impropria
b – discontinua
è definibile
c – casuale
è deviante
Continuo a domandarmi cosa ne viene al comportamento se la
funzione degli organi è efficiente, se l’efficienza sia una
necessaria caratteristica di tale funzione, se tale caratteristica
non possa essere coniugata nelle più diverse direzioni anche
tra loro oppositive.
Continuo infatti a pensare che a causa dell’orecchio efficiente
io ascolto io smetto di ascoltare, io non so se ascolto o se
vengo ascoltato e viceversa. (le stesse domande valgono per
gli altri ‘sensi’)
Potrei subito dire che l’orecchio non mi persuade
complessivamente ed essenzialmente mi sembra l’organo più
ipocrita: la sua forma vorticante non riesce a mascherare del
tutto la sua tetra immobilità (l’orecchio dei felini, dei canidi, dei
roditori, da questo ns insorgente punto di vista, è più classico,
più rispettabile).
Altra domanda: qual è il grado di autonomia dell’orecchio?-
cioè: che tipo di ‘servitore’ (anche di se medesimo) è? chi,
cosa, sopratutto, serve? – Che cosa può voler dire la
proposizione l’orecchio ascolta l’orecchio? – perché il
popolaccio infame, qui, in quest’isola, confonde con tanta
spontanea accortezza ‘ascoltare’ e ‘sentire’?
Ma si, i canali che collegano l’orecchio e il cervello sembrano
meglio lubrificati di quelli che collegano occhio e cuore: sono
canali già pronti allo smistamento, ingordi di alte velocità:
eccitano al deragliamento.
E’ un disastro il disastro qui incubato?
A noi succede che col tempo la musica, alfabeto da fiori
artificiali, si sposta sempre più freneticamente nell’orizzonte:
sempre più minacciata dal ns orecchio, risale cateratte, si
ideologicizza, tocca la memoria di parole che è bene far
seccare.
Sicché direi: la forma della parola rispetto all’orecchio,
all’orecchio immediato, non soltanto è continua – nel senso che
non ammette spazi multipli – è anche, e orribilmente, impropria
– nel senso che si tratta di parola-seme e parola-placenta.
Cioè, di volta in volta, o solo-storia o solo-natura.
Per la ns attuale ‘performance’: è sterile e sovrabbondante.
Mi tenta far risalire a questa specifica forma della parola: lo
‘spirito della contraddizione’, l’origine delle intuizioni, la filosofia
presocratica, la follia vera e presunta.
b – discontinua
è definibile
Tuttavia, nel suo ineffabile insieme, la forma della parola
rispetto all’orecchio è anche discontinua. Nel suo ineffabile
insieme, l’orecchio è anche ‘;ascolto’. L’improprietà immediata
della sua funzione fa dell’orecchio un organo discontinuo. Se
lo esamini, se ne parli, in qualche modo, che è sempre
fondamentale, lo trascuri, gli fai torto, gli fai naturalmente torto.
Se esamini la parola, se ne parli, idem.
E accade che fai torto all’;orecchio anche quando esamini la
parola, e viceversa.
Questo genere di discontinuità, di realismo necessitato,
sentenziale: fonda tutti i processi di rigenerazione
dell’esperienza: è ciò per cui ogni valenza prospettica
dell’aver-presente e del dimenticare assume la figura
geometrica della sfera.
Sto pensando che qualsiasi schema è autovendicativo,
promosso da istanza strumentale, diviene furia dello strumento
e si scatena contro tutto ciò che è strumentale, braccandolo,
sgranocchiandolo pietrificandone le risultanze.
Sto pensando che la forma della parola rispetto all’orecchio
discontinuo, sfera quasi infusa, è simbolo della legge fisica e
mentale. Definisce e si definisce per mettersi da parte, per
scomparire, producendo vertiginosa trasparenza e praticabilità
li dove l’azione di altri organi e altre forme alfabetiche tendono
incessanti a inquinare l’ambiente.
Sto pensando che ogni militanza contro le istituzioni, indivuale
e di gruppo, tanto meglio è fervorosa quanto più si condensa in
questa specifica forma della parola, dell’;ascolto.
c- casuale
è deviante
L’orecchio è un organo ‘casuale’? Potremmo farne a meno?
Sarebbe meglio se avesse altra forma e funzione? Sarebbe
peggio?
Certezza assiomatica: l’orecchio soltanto casualmente è
orecchio. Clinicamente, anatomicamente.
Sicché, la forma della parola rispetto all’orecchio casuale è
assiomatica. Ma non è in alcun caso possibile decidere dove e
come si costituisce. Se la sede dell’ascolto è il cervello e se la
sede del cervello è sparsa nel sensorio.
Cioè, si tratta di forma simultanea.
E qui, trepido, osservo che nessuno è simultaneo.
La minaccia del Tempo, bioelettrico e astrattivo, senza alcun
fondamento persuasivo ci fa amare i fiori e i suoni.
E allora mi viene di pensare che solo dove si è muniti di
apparecchiature tanto precise quanto repulsive si può stare,
sia pure istantaneamente, in contatto con la parola casuale.
Ma questo ‘dove’ dov’è? Non trovo esempi di due parole
casuali consecutive. La fantascienza meglio dotata, nei suoi
migliori momenti, esibisce soltanto immagini casuali
consecutive. Dico ‘immagini’. Cioè forme rispetto all’orecchio
aliene.
E, subito, dovrò qui osservare che Occhi e Tatto escludono la
fantascienza. Che soltanto l’orecchio casuale può ospitarla,
generarla. Ma così, per deviazione globale della funzione
specifica.
Che il cervello, il sensorio, siano dotati di un tale scatto
produttivo a me sembra assai più eccitante che disporre
dell’inutilizzabile necessità della morte fisica.
La più indicativa forma della parola rispetto all’orecchio
casuale resta ancora il nitrito.
(la ‘rivoluzione’, cosicome nell’insieme oggi viene coltivata dalle giovani
generazioni dell’intero pianeta, è un processo di avvicinamento
al nitrito.
Suppongo che il potere, attributo dominante dell’occhio, non abbia e non
possa elaborare armi efficienti contro tale progressiva invasione)