FATTURE

Succede che una sera eravamo io e il mio amico Tamata, detto così per cose che qui ora no, e basta. Si era insieme ed era il 1982, in inverno: tipo in novembre, pioveva e faceva freddo. Era dopocena, facciamo le dieci di sera. Si avevano un sedici anni io e diciassette lui, mi pare. Si fumava già, chiaro, ci si facevano le canne, ma il giusto, senza esagerare, una robina da sabato sera e via, niente di che: adolescenti da antipasto con olive nere. E però quella sera, per l’appunto, che non era sabato, ma è uguale, diciamo che non c’era, no: olive nere, no. Non c’era da fumare nulla. E allora ci prende la brillante idea di bere qualcosina in più, tipo tre bicchieri di vino, allora bastavano e avanzavano, e si va nel Circolo di Paese, quello dove vanno a giocare i ricchi a poker, a levarsi vicendevolmente milioni e appartamenti: gente di un qualche quoziente serio, gente che Ministri e Sottosegretari in pectore, nevvero. Però noi ci si andava, in quel Circolo, perché ci vendevano le sigarette – a quel tempo non c’erano i distributori automatici. E si conosceva il barista, che era un signore buono che ancora vive ed è ancora un signore buono. E si presero due bicchieri di vino (brutto, anche fondato, un troiaio), e poi si chiese se si poteva andare in bagno, una pipì di corsa. E Tamata mi stava raccontando, ricordo, di sua mamma che faceva le fatture, le stregonerie, sua mamma era un po’ così, un po’ strana, e mi chiedeva guarda, se vuoi che muoia qualcuno, ci penso io, lo dico a mia mamma. E io gli stavo dicendo che al momento no, grazie, non voglio che muoia nessuno, ma credo neanche domani, credo. E ci si avvicinò un signore con cui avevo avuto a che fare durante l’estate, che avevo lavorato, durante le vacanze scolastiche, in un albergo, e lui era il genero del proprietario: ci si conosceva, quindi. Io avevo i capelli molto lunghi, ma molto molto. Ero un attimino appariscente, ma pochino (sic). E lui ci chiese, arrogante, cosa ci facessimo in quel posto, e noi rispossimo, rispottimo, rispondemmo che si faceva la pipì, che s’era chiesto a Serecchia (il barista buono), e che ora si andava. E lui poi, sinceramente non so ancora oggi perché, si tirò indietro e a tutta forza mi dette una testata sulla bocca, drogato di merda, e mi spaccò le labbra in quattro pezzi, due sopra e due sotto. E io tirai indietro il braccio dx, più che potevo, e mentre vedevo quel cranio vicino, basso, che era anche un nano, anzi lo è ancora, gli tirai con tutta la forza che avevo una fiammata sul cocuzzaro, e lui cascò in ginocchioni. E poi mi sentii tirare da tutte le parti, ma erano tutti cinquanta/sessantenni, e un paio di girate di labbrata ne stesi tipo tre o quattro. E poi dovetti tornare indietro, che mi ero avvicinato all’uscita, per portare via Tamata, che era rimasto sotto a tutte le pedate di questi Sottosegretari in pectore. E riuscii a riguadagnare l’uscita trascinando Tamata, che chiedeva, anzi urlava: gli occhiali, gli occhiali – che gli ci volevano, gli occhiali. Ce li passarono da una finestrella, rotti. Mio babbo, saputa la faccenda, mi tenne chiuso in casa due mesi, compreso Natale e feste annesse. Però andò nel Circolo dei Paraministri e si fece dare i soldi per gli occhiali di Tamata. Fine.

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