DIARIO DELLA VACANZA (4)

29032022
A la page morire di fame, di freddo, di stenti nei giorni che smembrano il capitalismo e affamano i
poveri. Balzi della mente sul fronte occidentale: i padri della Costituzione, i virus, i droni, l’esodo, il
diritto internazionale, i confini, la necessità di immaginare il nuovo ordine del mondo, tutto quello che è
umano, l’arte, la religione, l’urna greca, la desolazione e il sentimento della desolazione, la poesia. John
Keats e la graphic desease che lo uccise. Non c’è coerenza logica ma garantisco l’autenticità delle
connessioni.

Keats pensava in diretta mentre scriveva, scriveva coma pensava. Pensiero acrobatico, poesia a tentoni,
incerta, temporanea, sporadica, niente frasi precostituite, niente retorica. I suoi versi si compongono
sotto i nostri occhi, la lettura genera la scrittura e il lettore è più importante del poeta. Poeta impoetico
che fluttua nel gorgo, in balia del pensiero ambiguo e degli altri.
Mi reco in pellegrinaggio nella quarta stanza dell’Ode su un’urna greca, nel villaggio vuoto di gente. Il
camaleonte tenta di celebrare l’immortalità dell’arte, di tenere ferme le parole; ma il pensiero gli scappa,
non resiste all’impulso di sfuggire a quello che sta descrivendo per approdare al villaggio che, essendo
assente sia dal disegno dipinto sul vaso che dalla realtà, è due volte vacante; assente dalla geografia fisica
e dal progetto dell’arte, è il luogo più vero. The mind is its own place. In quel villaggio doppiamente
inesistente è facile sentire la desolazione dell’assenza, il vuoto svuotato, l’eterna immobilità,
l’inesistenza.
La tristezza di una città eternamente deserta, mai esistita nella realtà e mai immaginata nella finzione, si
colloca fuori da ogni schema di ordinaria malinconia. Nel vuoto assoluto, lo sgomento radicale,
qualcosa di analogo a ciò che avviene con i frattali in fisica: solo facendo ricorso alle astrazioni
algebriche ed algoritmiche si può dar conto della complessità della natura e scoprire la realtà così com’
è.
Le vere dimensioni del mondo sfuggono alla geometria, non si possono misurare con il metro; così, né
vita né arte possono contenere ciò che non è e, non essendo, fa paura.
Quasi nessuno circola più nelle strade eppure percepisco desolazione e sgomento con più precisione se
vado là, nel villaggio deserto, mai esistito e mai dipinto, della poesia di John Keats. Non mi fido di
quello che vedo dalla finestra o sullo schermo del computer. Ho paura di fare pensieri sbagliati associati
alla paura di morire.
Grazie disumanità che mi hai fatto pensare così intensamente a John Keats. Grazie John Keats che mi
hai fatto pensare così intensamente al villaggio deserto evocato nella penultima stanza della tua ode,
grazie villaggio mai esistito e mai inciso su nessun vaso greco né altrove che mi hai fatto percepire così
intensamente il presente. Desolazione assoluta, senza sensi di colpa.
Ode all’urna, sposa illibata del tempo lento, figlia adottiva del silenzio.

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