LA VIPERA CHE ALLATTA

Tra la zona di Ramalia, Pioppo, Pioppitello vive una vipera di taglia più
piccola, ma più tozza di quelle che normalmente vivono nelle campagne
siciliane ed ha una peculiarità che la rende unica rispetto a tutti gli altri ofidi :
allatta i propri piccoli.
Al contrario di tutti gli altri rettili, alcuni dei quali accudiscono anche se in
forma del tutto rudimentale la propria prole, questa dimostra una cura
davvero encomiabile per i propri figli.
Scava in un luogo impervio una fossa, vi sistema foglie secche, la propria
vecchia pelle dismessa, alcune piume d’uccello e vi adagia delicatamente le
uova. Tale nido viene costruito in modo da risultare mimetizzato agli occhi
indiscreti di uomini e animali, ma, comunque, ben esposto ai caldi e benefici
raggi del sole affinché i suoi effetti possano supplire al gelido sangue della
madre. La vipera resta per tutto il periodo nei pressi del nido per difenderlo da
eventuali attacchi. Lo sorveglia e lo mantiene pulito, rimuovendo quanto
potrebbe ridurre, anche minimamente l’esposizione solare.
Schiuse le uova, la vipera porge ai piccoli le sue rudimentali mammelle per
allattarli. Questo rettile è uno degli anelli di congiunzione tra gli òfidi e i
mammiferi, come lo è l’ornitorinco tra questi ultimi e gli uccelli.
I piccoli, purtroppo, nascono con le ghiandole velenifere già funzionanti,
anche se il veleno prodotto è in modestissima quantità. Ma i loro morsi
contemporanei, dati durante la suzione, sono sufficienti ad avvelenare la
madre. Quest’unico allattamento, benché di breve durata, è più che
sufficiente a garantire ai piccoli i nutrienti sufficienti ai primi bisogni e a
garantire gli anticorpi materni, passati attraverso questo abbozzo di latte, in
grado di proteggerli da possibili germi nocivi.
I piccoli spingono la loro avidità a penetrare con le loro bocche, già fornite di
denti aguzzi, dentro le visceri della madre già morta avvelenata e a farne
scempio. È questo il motivo per cui fino ad oggi non è stato possibile isolare
la femmina di questo rettile per studiarne in laboratorio e in stabulario le
strane caratteristiche.
Il maschio in nulla si differenzia, almeno apparentemente, dalle normali
vipere indigene di sesso maschile.
Lo studio di questa strana vipera ci fornisce un ulteriore esempio di sacrificio
materno, che ci viene offerto da un animale che, altrimenti desterebbe in noi
soltanto terrore e atavico ribrezzo.
La realtà forse non è così semplice e lineare. Già Teofrasto, parlando delle
vipere, affermava che venivano divorate dai piccoli, ma in questo si
comportavano come vendicatrici della famelica crudeltà materna, che
accettava le spire d’amore del loro genitore, che a copula avvenuta, veniva
da essa ucciso e fagocitato. Eliano, riportando questa versione, conclude che
le piccole vipere si comportano come altrettanti inconsapevoli Oresti e
Alcmeoni, che vendicano con il primo loro atto di vita un orrendo uxoricidio.

Molti studiosi sono propensi a considerare tale rettile, nell’impossibilità di
esaminarlo, frutto delle leggende popolari. Degne di essere studiate non da
loro, ma da etnografi e cultori di tradizioni folkloriche. Alcune volte la scienza
si è dovuta ricredere. Speriamo che così avvenga, e quanto prima, anche per
la vipera che allatta.
Non me ne vogliano gli studiosi ma, a costo di essere tacciato come
saccente, un piccolo suggerimento avrei da proporre : perché non partire da
una vasta ricerca in zona di tutte le vipere, fare dei prelievi istologici dalla
pelle per estrarne il corredo genetico e studiare le eventuali mutazioni
genetiche, che possano essere compatibili con la funzione di rudimentali
mammelle anche in alcuni rettili ? Per quanto azzardata possa risultare a
primo acchito tale ipotesi di lavoro, i risultati, speriamo favorevoli, potranno
ripagare adeguatamente della fatica e dei costi, che tale ricerca sicuramente
comporterà.
Un’ultima considerazione, stavolta “filosofica” va fatta.
Ci è cara l’immagine psicanalitica della vagina onnifagica, che non
s’accontenta di mangiare l’organo virile, ma mangia l’intero maschio.
L’esempio della vipera che allatta, con il suo rituale finale, comportante il
sacrificio postcoitale del maschio, termina con la propria morte, per cui anche
la femmina, dopo l’allattamento, viene ridotta a un mucchio di informi e
maleodoranti feci.

 

 

Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie

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