Nelle vecchie case d’una volta viveva un piccolo filiforme animale: la filinia. Viveva perché la sua esistenza era legata alla particolare tipologia costruttiva delle abitazioni. Passava l’intera sua esistenza attaccato, per una delle due estremità, alle travi di legno, che sorreggevano il tetto. O meglio ancora, ai chiodi infissi alle travi di legno che sorreggevano il soffitto fatto di cannicciato rivestito da un velo di calce. Chiodi che servivano a tenere sospesi gli ortaggi e la frutta per l’inverno. Collane di pomodori (un filo metallico a collana a cui s’incastravano grappoli di pomodori ancora acerbi), vere e proprie collane di rosso corallo, l’unico corallo che potevano permettersi, che le nostre contadine sfilavano nelle fredde giornate d’inverno per insaporire calde tazze di brodo, perlopiù solo vegetali, con cui accoglievano i mariti bagnati fino alle midolla dalla piogerellina zuppaviddanu. Ma anche brillanti e perlacee trecce di aglio odoroso, aurei pendenti di meloni, ecc., gli unici gioielli che impreziosivano la casa, altrimenti misera. Vegetali, che sì facevano bella mostra di sé, ma che, così esposti alla ventilazione, potevano affrontare lunghi mesi di penuria senza paura di ammuffire e, cosa non trascurabile, al riparo dalla voracità dei topi e degli insetti. Le filinie stavano lì, con l’estremità caudale incollata (forse per una particolare sostanza cementizia prodotta da apposite ghiandole o forse, come qualcuno sostiene, ma senza prove convincenti, per una ventosa in grado di creare il vuoto, come quelle presenti sulle zampe di gechi ed altri animali), e con l’altra estremità, quella cefalica, a pescare in giù. Strani animali dall’aspetto diafano, simili a dei fili sospesi, dal diametro di pochi micron, appena percepibili, e dalla lunghezza variabile da pochi centimetri a circa mezzo metro. Caratterizzati da movimenti pendolari e retrattili, quasi tentacoli di attinie alla ricerca di cibo o abbandonati al fluire della marea. Questo fluire era indipendente però dalle correnti d’aria perché si verificavano anche in ambienti ermeticamente chiusi e senza un refilo di vento, come meduse sensibili al rollio di onde invisibili, o ubbidienti al ritmo d’una marea interiore. Questi movimenti dolci, quasi figure di danza, erano dovuti alla ricerca del plancton aereo : organismi microscopici, unicellulari, sia d’origine vegetale, sia animale, che vivevano nell’aria. L’estremità cefalica, quindi, si muoveva chemiotatticamente verso la possibile fonte di cibo. Oltre a questi movimenti pendolari o descriventi figure di cono, le filinie esprimevano anche movimenti retrattili. Erano capaci cioè di contrarsi lungo il loro asse longitudinale. A tali movimenti era legata la loro capacità procreativa. Sfruttavano tale capacità per lanciarsi nel vuoto colonizzando così nuovi spazi. La loro forma, di solito filiforme, in particolari condizioni ancora non ben definite, assume aspetti a dir poco bizzarri. Si verifica in esse quello che con una certa frequenza accade tra le piante, il fenomeno della crestatura. L’asse centrale, costituito da cellule poste una dietro l’altra, che assicura una crescita longitudinale, subisce una variazione. Le cellule si dispongono una accanto all’altra, per cui alla fine si avranno forme allungate, crestate, che si ripiegano su se stesse, assumendo alla fine un aspetto di panneggio, con aspetto plastico e fantasmagorico. Talvolta si verifica un altro fenomeno, talvolta associato, quello della “mostruosità”: la digitazione della sua struttura, per cui alla fine si avranno come tante creature concresciute assieme, in un’unica struttura a più piani, con dimensioni differenti e con apici meristematici, che tra di essi si spingono e s’accavallano. La filinia assume così un aspetto del tutto anomalo, “mostruoso”, appunto. Le filinie, siano esse normali o crestate o mostruose, con il loro proliferare e la loro posizione pendula dai soffitti e talora dalla parte alta delle pareti, quasi sempre irregolari, trasformano gli ambienti domestici in fantastiche grotte carsiche, ricche di incorporee stalattiti, dove la loro crescita non viene assicurata dal continuo e perenne stillicidio di acqua ricca di carbonato di calcio, ma dal naturale accrescimento dell’apice germinativo. Il colore, di solito tendente al bianco, in ambienti dove la caligine e la polvere imperano, fanno assumere ad esse un colorito scuro, che a qualcuno ha interpretato come forme di mimetizzazione. La moltiplicazione sarà stata senz’altro per via sessuata perché in certi periodi dell’anno, alcune filinie si dilatavano per inglobare quasi completamente un altro individuo, ma di dimensioni minori (di solito il maschio), similmente a quanto fanno alcuni trematodi. Sono in grado, però, in particolari condizioni, apparentemente sfavorevoli, di moltiplicarsi per via agamica. La pulizia dei soffitti, prima della posa dei nuovi ortaggi per l’inverno successivo, portava non tanto alla loro scomparsa, ma, paradossalmente, al loro rigoglio. Ciò era dovuto al fatto che i movimenti della scopa, spezzavano sì le filinie, ma ne sparpagliavano i frammenti per ogni dove ; frammenti capaci di autorigenerarsi, così come fanno moltissime piante, alcuni animali metamerici o totipotenti come l’idra. Bisogna pur precisare che la moltiplicazione per via sessuata comportava anche una moltiplicazione asessuata in quanto l’estremità caudale, cementata al soffitto, era in grado di rigenerarsi. Forse è questo in natura l’unico esempio di una contemporanea presenza di moltiplicazione gamica e agamica, di solito alternative tra loro, se non in antitesi. Le filinie oggi sono scomparse o se resistono, sono presenti in rare e spopolate zone non più antropizzate. I moderni sistemi di conservazione delle derrate alimentari, i soffitti senza più travature, le migliorate condizioni igieniche, gli ortaggi non più buoni come una volta e, quindi, non più in grado di sopportare lunghe conservazioni, la comparsa dei pesticidi hanno contribuito e non poco alla loro estinzione. Con esse ci ha abbandonato tutta una iconografia legata al mondo rurale, segnato dai cicli stagionali, ritmati dal tempo, ma immutabili. Molti osservando i quadri dei pittori naives favaresi, scorgono solo gli ortaggi appesi alle travi del soffitto, magari con un po’ di rimpianto per quel mondo scomparso, ma quasi nessuno vi scorgerà le filinie, fedeli compagne di quel mondo. Se nel nord del Paese sono scomparse le lucciole, secondo una felice metafora di pasoliniana memoria, nel sud del Paese, in senso lato, sono scomparse le filinie.
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie