Un giorno, un uomo si accorse di un verme che se ne stava tranquillamente a strisciare in mezzo all’erba. Fu curioso e lo volle seguire. La curiosità ebbe il sopravvento sull’istinto di ucciderlo e trasformarlo, sotto la suola della scarpa, in verde poltiglia. Fu una fortuna perché quel verme subito dopo entrò dentro la bocca del padre, che dormiva tranquillamente sotto un ulivo saraceno e che subito dopo si risvegliò nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Alcuni considerano questo verme 2 , che in nulla si distingue dagli altri vermi, la vita di una persona, che ogni tanto esce dal corpo, sotto quelle spoglie, per fare un giretto per il mondo e che poi ritorna, ridando, a chi dorme, la possibilità di riprendere il pieno controllo di sé e di potersi quindi risvegliare. Bisogna, stando a questa concezione, fare la massima attenzione a non uccidere questi animaletti, anche se involontariamente, perché si correrebbe il rischio, altrimenti, di uccidere magari una persona cara, che in quel momento sta dormendo. Altri considerano questo animale come l’anima vera e propria di un congiunto morto, che cerca di mettersi in contatto con i propri cari o che sia alla ricerca di un corpo in cui rinascere. Anche in questo caso bisogna far attenzione a non ucciderlo perché si correrebbe il rischio di distruggere qualsiasi contatto con i parenti defunti o di rendere loro impossibile rinascere. Né bisogna fare i furbi uccidendo i vermi che stanno vicino la casa del proprio nemico : le anime dei defunti sono al di fuori ormai di qualsiasi umana contesa e quel verme potrebbe essere l’anima di un proprio congiunto; ignaro delle nostre
tresche. Da tutto ciò deriva un sentimento molto sentito di rispetto anche per le forme di vita meno evolute. Una considerazione va fatta. Ritenere la parte migliore di noi stessi (sia che si tratti dell’essenza vitale – il dharma degli Indù – sia che si tratti dell’anima) simile ai vermi. Da ciò deriva la consapevolezza della morte, della caducità delle umane cose e la sensazione di essere in fondo ben misera presenza nel grande scenario della vita. Un’ultima considerazione. In fondo tra anima ed essenza vitale (così come abbiamo visto finora) non c’è che una differenza forse soltanto formale, perché in ogni caso l’individuo si risveglia o da una morte definitiva (ma sempre non del tutto definitiva perché bisogna tener presente la credenza
alquanto diffusa nella reincarnazione o la cristiana fiducia nella resurrezione della carne) o da una morte limitata nel tempo : il sonno. Il verme della vita va considerato dunque un gioco, dove si rincorrono specularmente i nostri concetti più profondi : quelli dell’anima, della vita e della morte.
2 “verme” è un termine contestato, e giustamente, dai biologi. I vermi, dal punto di vista tassonomico, non
esistono. Con questo termine definiamo impropriamente animali molto differenti tra loro, che hanno in
comune un corpo cilindrico, privo di scheletro e hanno la caratteristica di strisciare nel terreno ; ma che in
realtà possono essere o anellidi, o larve d’insetto, o nematodi o altro ancora.
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie