L’architetto Rabnazz, un uomo di una certa età, di colorito olivastro, non lo avremmo definito solitario, ma poco socievole, di poche parole, un serio professionista, forse un po’ trasandato, a volte parlando sputava una minuscola gocciolina di saliva, specie quando pronunciava parole con la doppia zeta, ad esempio palizzata, palazzina, terrazzo, quel mattino si svegliò alle prime luci dell’alba, mise i piedi nudi sul pavimento gelido, andò in cucina, guardò dalla finestra il cortile silenzioso, riempì d’acqua il serbatoio della caffettiera e lo appoggiò accanto al lavello, passò un dito sulla guarnizione di gomma per togliere i residui del caffè della mattina precedente, pensando oggi è giovedì, ieri era mercoledì, in quel momento si accorse che era già notte fonda, il cortile era buio, nella strada di fronte splendeva un lampione, le palpebre gli calavano per il sonno e quindi ritornò a letto, si infilò sotto le coperte, fra le lenzuola ancora piacevolmente tiepide, spense la lampada sul comodino, chiuse gli occhi e si addormentò.
LA GIORNATA DELL’ARCHITETTO RABNAZZ
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