Esiste, nei pressi della contrada Ramalìa, un coso, che gli anziani del paese hanno sempre chiamato il Pietro. Non si è potuto ancora accertare se si tratti di un animale o di una pianta. Ciò non toglie ovviamente che possa trattarsi anche di un minerale, che, in determinate condizioni atmosferiche, possa comportarsi apparentemente da essere vivente. Più si guarda nell’infinitamente piccolo e più ci si trova nella difficoltà di distinguere con sicurezza un vegetale da un animale. In alcuni casi addirittura la classificazione è ancora da venire. Se quanto detto riguarda l’infinitamente piccolo, «il pietro» ha a che fare con il macroscopico. Ha la forma di una pietra, da qui il nome. Dire che ha la forma di una pietra è dire tutto e nulla. Le pietre hanno forma e dimensione diverse tra loro. Diversi possono essere anche il colore, la consistenza e il peso specifico. Dire quindi che ha la forma di una pietra è ammettere la nostra incapacità a dargli una forma ben definita e ci condanna a rimanere nell’indeterminatezza. Al contrario delle pietre, queste forme, in alcuni periodi dell’anno (primavera e autunno), si moltiplicano. Aumentano di volume (fino al doppio). Poi, al loro equatore, incominciano a spuntare numerose crepe, dapprima appena accennate, sottili e cortissime, poi sempre più marcate. Lungo queste crepe, che alla fine si fonderanno in una sola, inizia il solco di divisione, che sempre più si approfondisce. E così, da quella che era inizialmente una «pietra» ne nascono nel giro di una settimana (tanto dura all’incirca questa «gestazione») due identiche, per dimensione, forma, colore e peso a quella originaria («pietra madre»), un clone, insomma, del tutto naturale. Se si accetta l’ipotesi «vita», qualunque essa sia (vegetale o animale), ci dovremmo trovare di fronte all’eternità della materia. Un’ipotesi alquanto affascinante e che sembrava, fino a ieri, relegata soltanto al mondo dell’infinitamente piccolo. Un individuo che si gonfia, si spezza e vive in due entità diverse, ma formate dalle stesse molecole, dagli stessi elementi. Ma effettivamente si tratta di due, poi quattro, otto, sedici e così via particelle diverse? È questa l’ignoranza della morte, dovuta alla moltiplicazione esclusivamente asessuata, come afferma qualche filosofo ? penso proprio di no perché, se così fosse, tutta la zona di Ramalìa ne sarebbe piena e dopo Ramalìa tutte le altre zone limitrofe e poi tutte le altre viciniori e così all’infinito. Anche i «pietri» conoscono la morte. Ma anche questa è una morte diversa, come diversa è anche la loro vita, sempre che di vita si possa parlare. Questi «pietri» si sfaldano a poco a poco al sole inclemente dell’estate siciliana, alle gelate di certe notti d’inverno. Di essi, col passare del tempo, non rimarrà nulla se non un involucro rinsecchito, facilmente friabile, ripieno di una sostanza farinosa o simile a mastice, a seconda delle stagioni. Di questi massi, apparentemente destinati a sfidare la durata del mondo, non resterà che una informe massa di poltiglia o di polvere. E polvere, sabbia è il vero nome della contrada Ramalia, dall’arabo Ramleh, che vuol dire, appunto, “le sabbie”. I contadini credono che da questi resti di «pietri» prendano poi vita certe vipere, di cui parleremo.
Da “L’arca di Fewar”, libro postumo di Antonio Patti (edizioni L’Arca
di Noè, 2025) – Su autorizzazione della moglie
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