Seduto d’angolo osservo in tralice la sala, i capelli sugli occhi, vedo fili di volti tra le sbarre delle ciocche unte, e lascio cadere fiotti di bava sulle ginocchia, penso che adesso finisce, ora tutto cambia e mi riprendo, ora mi riprendo. E vado ancora più giù sulle ginocchia, e spremo ancora sudore dalla fronte, e sbavo vieppiù, e si avvicina questa giovane donna, addolorata nel vedermi perso tra le nebbie mentre il mondo intorno salta e balla e si diverte, e trovo finalmente un briciolo di dignità, e le dico, anzi, le urlo: no, l’infermiera no! E lei mi chiede cosa voglio da bere, e sorride. Mi addolcisco e faccio – Fernet. Con acqua gassata. A dire la verità mi esce un feunè piuttosto incomprensibile, ma tant’è.
– Un Fernet con acqua gassata, mi fa lei. Interessante. E me lo porta. E io lo bevo. E d’improvviso mi alzo e vinco le mille torsioni dell’ubriachezza, e convinco le mie gambe a danzare, e ne viene fuori il ritmo tribale dell’orso marsicano in tempesta ormonale. Devo sembrare simpatico, perché mi attorniano decine di giuovani ridenti e sarcastici che mi applaudono e fischiano e urlano felici e contenti. E io mi agito e ballo. Ballare è una parola grossa. Mi agito, ecco. In ultimo sento un braccio che mi prende e mi conduce fuori dalle luci. E’ la ragazza di prima. E ha ancora un Fernet. Con acqua gassata.
– Se ne vuoi te ne compro un bidone, mi dice.
– Ne bastano quattro litri, faccio io. E sei di acqua gassata.
Me li compra e passiamo la notte, io a bere e vomitare, e lei a leggere l’opera omnia di Cristina Campo (sono cento pagine fra il si e il no – e ne avrebbe volute scrivere meno). E finisce lì, niente di che. Una pozza di vomito e un librone Adelphi, con la copertina celeste. Niente di che. Finita lì.