Da un po’ di tempo ho preso una strana abitudine. Ogni mattina, in ufficio, alle 12 in punto, apro il cassetto della mia scrivania dove, sottochiave, tengo il binocolo e lo punto nell’angolo alto della finestra. Tra le cime di un cipresso e di un sambuco, gli ultimi piani di due palazzi della circonvallazione e il cielo. Se sono solo, naturalmente. Se c’è qualcuno in stanza comincio a sentire le spine in tutto il corpo. Mi alzo, ma poi se vedo che chi è mio ospite non capisce che voglio mandarlo via, mi risiedo e comincio a friggere e a sudare. Sembrerò un malato. Chi dei miei colleghi ha cominciato a pensarlo, mi dico, può continuare a farlo. Appena chiusa la porta, tiro fuori il binocolo e osservo per non più di trenta secondi quello scorcio di giornata.
L’idea mi è venuta – ma non sono sicuro se sia invece un’associazione – guardando certi pomeriggi, dalle persiane di casa, il mio dirimpettaio pazzo del quarto piano: si affaccia dal balcone anche quando piove o è freddo, si piazza all’angolo del balcone con le gambe larghe, appoggia la pancia, e fa la più lunga tirata di sigaretta della storia. Poi stacca il filtro dalle labbra e con un’ampia e lenta rotazione del braccio destro lascia cadere quello che resta della sigaretta. Oltre l’immagine. un altro incanto è il fatto che non gli vedo mai buttare fuori il fumo né dalla bocca né dalle nari.