Mi convinco che il mio punto d’arrivo è l’inizio della passeggiata del protagonista sull’isola, nel senso che io ho fatto inconsapevolmente il suo percorso a ritroso. Ritorno su i miei passi sino alla punta estrema del quai de Bourbon. Oltre la strada che s’incurva tra i palazzi, un giardinetto, poco più di qualche aiuola e l’argine alto del fiume. Appoggiata al parapetto, una ragazza giapponese scatta foto in direzione della strada. La seguo con lo sguardo sino a vederla sparire giù per le scale che portano all’argine basso del fiume. Il posto è realmente isolato. Il ponte d’accesso all’isola, smista le folle all’entrata dirigendole lontane da questo spiazzo alberato e ventoso. La strada tuttavia rende possibile la sosta in auto. Come nel racconto. Un appartato angolo di città. La città del film, Londra, rimossa nel parco. La città del racconto, Parigi che ci regala il suo lato nascosto, non trafficato ma percorribile. La città del film che si dimentica, il suo svanire, la virtualità del suo improbabile non essere, il suo possibile attuarsi, non attraversabile. Lo sguardo del racconto che si riscopre distratto e disorientato. Lo sguardo del film che ostenta sicurezza e cade nell’inganno di ciò che non ha limiti. Due protagonisti, due soggetti. Uno, il traduttore del racconto, che si conferma in fuga, nella scoperta della complicazione. L’altro, il fotografo del film, che si esclude nell’illusione.
Mi avvicino al parapetto e guardo per vedere che fine avesse fatto la giapponese. Giù sulla punta dell’argine ragazzi preparano picnic o, organizzati con luci, amplificatori e chitarre, sono lì per lì per fare festa. Aspettano forse il tramonto per iniziare. La ragazza non si vede più. Mi giro. Ho dinanzi la scena della storia: fondale e quinte. Traccio qualche linea sbilenca nel notes. Suoni e voci filtrano nel vento tra le fronde dell’albero di lato al muro del palazzo. La strada è vuota. Vento e vuoto male si accordano alla prosa del racconto, mentre invece mi ricordano la colonna sonora del film. Il fruscio delle foglie nel parco che le cronache raccontano realizzato in studio. Le voci e le musiche dai diffusori di Paris plage arrivano come un ronzio appena fastidioso, riconoscibili ma lontani. Al tramonto cesseranno e lasceranno il posto alle chitarre e ai suoni autarchici dei picnic sull’argine che si daranno un’anima con gruppi elettrogeni e computer.
foto di Giuseppe Zimmardi
