Il biliardo, da ubriachi, è una volumetria risibile, ondulante, una faccenda di simmetrie ondivaghe. La stecca è un’asticella della matematica possibile, ma quasi mai netta, o solo retta. Si oscilla tra le sponde che sono a un metro d’altezza, e si parla pochissimo – non si commenta il tiro sbagliato, chiaro, mica si smadonna così a cazzo: si sta zitti e si patisce l’inferiorità momentanea. Si è vulnerabili a momenti – la vulnerabilità è faccenda da SSN, mica cazzi bacati. Ma si diceva il biliardo: e si azzecca un tiro, e si pensa che magari si raddrizza la partita, e poi sbagli un punto facile, perché sbandi sul piede, oppure ti distrai, a parlare del referendum a Empoli. Il biliardo è una tavola verde, bassa un metro e poco, e si innalza e si inabissa a tratti, un bassorilievo cirenaico. Sumero. Ittita.
ll biliardo
verso una cert’ora
è una roba verde
con le sponde
un suono secco
di palle, che sbattono
e fanno botta e onde
e si vince, no, si perde.
Sempre. Si perde sempre.
E si gioca uguale.
Sempre.