GLI ABETI, IN PARTICOLARE

Non riesco a ricostruire la mia storia. La governante, l’uomo che sta aprendo una busta, il giardiniere che riallinea la siepe –  un taglio curato male, il televisore spento, nostra madre che guarda con aria preoccupata fuori dalla finestra. Therese mi tratta a giorni alterni, a volte vorrebbe uccidermi, accusandomi di violenza carnale, a volte incoraggia il rapporto incestuoso, dicendo che sia il prototipo della simbiosi ideale. Vuole sposarmi: non è possibile sposare una sorella. Devo applicarmi al gioco. Therese da’ un’altra mano. Tra le mie carte vedo non le figure, ma nello stesso istante me stesso lontano nel tempo: sono un invertebrato del carbonifero, un coltivatore di papaya, un legionario nella battaglia di Zama. Sono Annibale. Ora, Publio Cornelio Scipione Africano. In una carta appaiono due gemelli legati da una catena, in una, una ragazza con mani d’artiglio. Therese ha potere di vita e di morte sulla mia carne. È lei la ragazza con mani d’artiglio. Lei mi seduce e mi ripugna. E io non so più chi sia, né cosa ci faccio qui. Nostra madre guarda dentro il lavandino, alza gli occhi allo specchio. Dietro di lei una finestra sbatte per un colpo di vento. Si osservi adesso un bevitore di sidro, una roccia in un paesaggio australiano, un’opera teatrale dove non accade niente. Un uomo che esce dalla propria pelle ed evapora in una via di Monaco di Baviera.

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