da I GIORNI QUANTI (137)

Ecco. E si siede alla scrivania dopo essersi accesa una sigaretta, e dopo essersi alzata senza un chiaro motivo dalla poltroncina davanti la sua scrivania, dove non aveva ancora avuto il tempo di cominciare a sedersi, ad alzarsi. Ecco (dice) aspetto una telefonata cui tengo molto e devo stare seduta vicino al telefono. Alle volte ho paura che un metro, anziché venti centimetri mi possano impedire di rispondere. Si accende un’altra sigaretta se ne accende tante altre mentre parliamo. Posso dire che se ne accende di più di quanto ne fuma. Delle boccate svelte e nervose, così mi pare, proprio nel momento in cui continua a dirmi: mi capita come fosse un riflesso condizionato, ogni volta che aspetto una telefonata importante. A lei succede mai una cosa così? Ma squilla il telefono e scappo.

A me, quando sono per la strada e infilo le strade una dopo l’altra senza vederle, sapendole, sapendo che i miei piedi battono la strada di casa, a me non squilla il telefono. A me quando squilla il telefono per una cosa importante, mi squilla dentro la cabeza e non ho bisogno, le rispondo, telefonandole finalmente la risposta, e non ho bisogno di avvicinarmi di più al telefono.

Anche se scrivo di getto, scrivo sempre dopo, in un certo senso. Ho lo spirito dello scendiletto, dello scenditore di scale. Solo quando sono fuori la porta, due tre piani sotto il pianerottolo appena abbandonato, ci ritorno realmente. Dov’ero quando mi sono sposato? dov’ero l’altro ieri quando si festeggiava la mostra che avevamo appena finito di curare? Sono stato sempre così, un ritardatario, un finto-presente. Il mio binario possibile e unico è uno scarto di tempo in cui ho raggiunto ormai la possibilità di eludere la risposta che qualcun altro si aspetta. Giusto quando sono solo e sicuro che dall’altra parte nessuno più aspetta che il suo telefono squilli, allora, lentamente, in religiosa solitudine, comincio a comporre il numero.

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