Mi fermo per un prelievo al bancomat, davanti a me un signore anziano con una stampella. Ha già concluso le sue operazioni. Vedendomi si complimenta per le mie scarpe, ne aveva un paio stessa marca. Quando ero vivo, dice. Gli faccio notare come sia di fatto vivo. Annuisce accomodante col capo. Aviazione militare, professore di fisica all’università, sa tutto sulla vita di Oppenheimer. Gli consiglio la visione del film omonimo, ma non va al cinema perché è solo, ha una figlia che fa l’ingegnere e lavora in una fabbrica di automobili lontana, anche a lei piacerebbero le mie scarpe marca impronunziabile. Ci presentiamo con il solo nome, lui Marcello, io Giuseppe. Continua con specifici della scissione atomica e che Oppenheimer non era certo di controllare la reazione a catena, sarebbe potuta essere non terminante. Un disastro irreversibile come il disagio al ginocchio e la perdita della moglie anni fa. Intanto tre e più persone mi hanno superato nel turno, recupero la postazione, inserisco scheda e importo, pin e non funziona. Il professore intuisce la mia difficoltà, corregge la stampella al braccio e si avvicina con discrezione. Non la posso aiutare, ammette, ma le consiglio di fare come me. Sta per mostrarmi qualcosa che con difficoltà vorrebbe prendere dalla tasca interna della giacca. Al momento realizzo di avere scambiato la scheda. Devo stare attento ai colori. Sostituisco la rossa con la bianca e il pin funziona. Prendo scheda e banconote. La mano vuota del professore scivola giù per giacca. Non sarà il suo caso ma io ho bisogno di una memoria scritta dei numeri. La mia è solo distrazione, rispondo. Riprende con Oppenheimer. Pieni, vuoti e collassi gravitazionali, come calcoli, ipotesi e sospetti, gelosie esplodono in collisione con rinculo che offende, più della stessa bomba. Gli dico che mi dispiace che gli manchi il film. Perché lì si dice chiaramente che non consola la saggezza, l’arte e tanto meno il fazzoletto da taschino offerto da Truman a detergere metaforicamente le mani dello scienziato. Il professore centra al meglio la punta della stampella sul marciapiede. Mi guarda dritto negli occhi. Quando andai per la prima volta dall’ortopedico per il mio ginocchio fui accompagnato da mia figlia. Nell’entrare nello studio notai il dottore interessato alla sua andatura. Rimase contrariato quando capì che doveva considerare il mio ginocchio. E durante la visita ebbi la sensazione che a momenti distogliesse l’attenzione dal mio ginocchio a favore dei piedi di mia figlia. Tragga lei le conclusioni.
foto di Giuseppe Zimmardi
