Al lato del castello seduto su una panchina, è sera. Mi alzo, non mi oriento per le uscite. La principale è chiusa e il guardiano mi indica di andare a destra oltre il ponte, mi aprirà lui il cancello. Mi avvio senza convinzione, approfitto di un’inferriata che scorre al passaggio di un’auto. Sono fuori ma non so dove. Cammino tra siepi, aiuole, prevedo di dimenticare la grande carpa del fossato e il vortice dei colombi. Un coniglio mi taglia la strada o un gatto. Nel buio, di lato, adocchio una donna sola seduta su un muretto, le chiedo dell’uscita. Sono già fuori ma non sa da che lato sia il mio hotel. Di fronte c’è il suo tutto illuminato all’interno. Dopo sussurri rassicuranti mima uno strattone. Mi dirigo dove le sue braccia hanno approssimato la direzione. La strada è più grande, un viale pochi fanali, poi una rotonda. Torno indietro. Passano macchine veloci. Faccio cenni ma nessuno rallenta, mi vedo al centro del buio. Una macchina si ferma, alla guida una donna in divisa da infermiera mi ha riconosciuto dal castello. Seduto nel punto di riunione delle badanti, dice. Mi fa salire e si avvia per la stazione. Dovrei andare in hotel, dico. Sconosciuto, risponde e non è in dubbio concludere in meraviglie e mantra per la ricognizione futura dei luoghi.
