OMOMORTO

Parole tue hanno gli spigoli, disse Renzo, che era un po’ tocco, e se ne andò sbattendo la porta. Maresa, che tanto di testa non ci stava manco lei, lo inseguì sul pianerottolo, il cane minuscolo dietro, la lingua di fuori e l’abbaio di vetro. Renzo, qua! Torna su, disse lei, manco parlasse con la bestiola, ma quello era già sceso di una rampa. Maresa rientrò in casa, afferrò l’attaccapanni e lo scagliò giù per la tromba delle scale. Dalla morte dei genitori, l’omomorto faceva bella mostra in ingresso, un mese da Maresa, un mese da Renzo. Da lì era partita la lite, l’alterco, i verbi graffiati, le sdrucciole e le fricative. Facciamo un patto, si erano detti alla morte dei genitori, e invece Maresa accampava diritti. È mio, solo mio, Renzo, me lo merito. Con la questione dell’omomorto tra loro era tornata la ruggine. Non c’era stato verso di trovare un accordo. La roba morde come i cani e loro erano due diavoli, lo erano sempre stati. Lo schianto fece uscire il dottor Liberti del primo piano, vestaglia a righe e retina in testa. Fu lui a trovare il portiere, se l’era beccato dritto sulla testa, pochi secondi prima. Maresa aveva messo una mano sulla minuscola bocca del cane, l’aveva tirato dentro e chiuso piano la porta. Era un impiccione, disse Maresa a Renzo, un mese dopo. Si erano dati convegno quando in un caffè fuori mano, un terreno neutrale, dove non c’erano attaccapanni, appendiabiti e nemmeno l’omomorto.

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