INFINITI SE

Se quell’anno l’estate s’era portata via il modo, il tempo e la memoria, la stagione era sfuggita in fretta, nella caligine appannata dei giorni, sotterrata tra i solchi dei campi arati, le zolle dissodata e l’erpice. E con l’estate se n’era andata anche Adele. La vestina s’era fatta larga da sciacquarci dentro, tanto che i bottoni sfuggivano alle asole. Un mattino la mano sinistra se l’era ritrovata fredda come l’inverno, fino a che, ribelle, s’era rintanata nella manica e non ne aveva voluto sapere di tornare al posto suo. Le varici, un giorno vien l’altro, le avevano annerito le gambe, due tizzi bruciati che, scoppiettando, finirono per sparire tra il fumo acre della legna fresca nel camino, bagnate dalla bava dei tronchi e lo scoppiettare vivace che le piaceva tanto. Nello specchio, che teneva appeso in gabinetto, il suo riflesso arrivava fino al collo, la testa s’era bella che involata. A furia di spostarlo per rimediare la vista intera, le era scivolato di mano. Fu così che si riconobbe nella frantumaglia, in una delle schegge aveva tredici anni, i calzini traforati, le scarpe bianche, il vestito a punto smock che le piaceva tanto, in un altro ne dimostrava venticinque e indossava il suo primo tailleur, nell’ultimo manco era nata, galleggiava informe in un’acqua tiepida, in un certo senso accogliente.

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