da I GIORNI QUANTI (135)

Qualcosa che segni i giorni, come fosse un tacco, un colpo di tacco.

 

Stava lì, con la casa abbandonata davanti. Lei era dentro. In attesa delle labbra e della lingua dell’uomo misterioso. Dell’uomo che dopo una notte di amore infuocato e rovinoso era tornato a pretendere di darle piacere in quel modo infuocato e rovinoso che non le era dispiaciuto. Solo che l’uomo – che adesso guarda la casa abbandonata – non lo sapeva. Non supponeva i palpiti che le aveva procurato facendola vergognare. Palpiti di cuore, di organi, di nervi. Non c’erano state conseguenze muscolari, l’abbandono non era stato impedito, l’oblio aveva cancellato la matematica.

L’uomo avvicinò gli occhi al vetro della finestra della casa abbandonata. Il quale si trasformò in cespuglio verminoso. Dalle grandi labbra della sua testa cominciò a colare lo strutto che impantanò la zona clitoridea. Gli occhi chiesero alla lingua: non uscire ancora. La lingua tardona, tardò, sino a quando la donna chiese alla lingua di non tardare più. E pure gli occhi continuarono  a seguire l’eruzione lenta e maestosa della donna che ormai lambiva il bosco, una volta cespuglio. Sotto il bosco, la donna, si solidificava e si impietrava, lava. Mentre invece gli occhi si liquefacevano. Sul ponte di comando, il cervello giocava al superenalotto e niente lasciò trasparire all’impiegato che il giocatore lambisse ormai troppo da vicino il suo destino di giglio rosa, settembrino.

 

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