da I GIORNI QUANTI (133)

“Pecora”, usavamo dire (un tormentone linguistico post-adolescenziale), per indicare lo stato di remissiva passività, il codinismo borghese, l’a-da-sé della vita artistica, la sua perfetta negazione. “Zitto, pecora!”, “Se uno è contento di rimanere nel suo stato di pecora non abbiamo altro da dirci…”. Qua in campagna, la terra si accappona quando l’asino raglia la sua disperazione di reietto e malato terminale – addirittura trema, la mattina, quando quelle bianche creature chiamate pecore, assenti a se stesse oltre che, anche, alle bastonate e alle ferite del filo spinato, cominciano quel concerto del belare. In quel momento, sappiamo che sono loro sole, loro le uniche, a comunicare con dio o col diavolo.

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