Quando mi sveglio nella vecchia casa di campagna, apro il balcone con la convinzione di potermi ricaricare subito, facendomi inondare dalla luce di una giornata migliore della precedente (perché adesso c’è, quell’altra non c’è più). Tutto – dal cielo oggi finalmente nuvoloso alla temperatura ancora notturna, alla polvere in mezzo alla quale hanno riposato le calze e che in realtà è la terra che sborda dalle fessure dei traballanti mattoni di cotto, all’orizzonte chiuso della stanza, dell’avamposto di primo e ultimo piano, in cui tutto il necessario è racchiuso, dal letto al lavandino, alla poltrona, al tavolo, al balconcino – sembra immagine di me, figure che mi replicano. Mi siedo a scrivere, ho solo le calze. Non c’è altra urgenza stamattina. Apro la libreria ricavata da un incavo della parete per salutare il geco che la abita. È lì e, stamattina, preferisce imboscarsi dietro il gigantesco “Sette lunghi minuti” di Wallace. Anche la Madonnina lì. Lei non si nasconde. Né io ho mai pensato di nasconderla. È una madonnina di sette centimetri, di plastica avorio, anni cinquanta. L’ho trovata proprio su questo scaffale quando abbiamo comprato la casa. E lì l’ho lasciata. Insieme a tanti piccolissimi oggetti che i parenti del proprietario deceduto non avevano evidentemente reputato necessario portarsi via. Io la lascio lì. In quel posto nascosto che pure le dà il massimo risalto quando si apre lo sportello. Mi piace pensare che chi casualmente la scopra – la signora che prima dell’estate e una volta all’anno fa le pulizie, l’ospite curioso salito il pomeriggio per la pennichella, l’erede sconosciuto – vedendola, sospetterà un segreto nella mia vita di ateo incallito, una conversione pre-mortem. E invece io l’ho lasciata là perché semplicemente potevo toglierla in qualsiasi momento, come infatti ho tolto il crocefisso dalla mia stanza d’ufficio. Non ho tolto la madonnina per provocazione, perché mi piaceva immaginare le loro facce. Qualche giorno la tolgo e la inserisco tra le cianfrusaglie, mi sono spesso detto. Ma non l’ho mai fatto.
da I GIORNI QUANTI (130)
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