da I GIORNI QUANTI (129)

Se c’è un posto dove starò quando sarò morto non sarà migliore del posto dove ho sognato di essere stanotte. C’era la campagna, una campagna più estesa, senza i confini sia pure discreti della mia proprietà, ma del tutto simile. Superata la zona degli ulivi raggiungevo un pianoro erboso, esposto a placidi venti del sud. Il sole era tramontato e su tutto dominava una specie di luce congelata che non inteneriva il cuore perché non era l’ora che precede il buio. Camminando nel pianoro mi veniva un leggero caldo alle mani, allora sotto di me si apriva un esteso laghetto pieno d’acqua trasparente dalla quale riverberavano larghe e piatte scaglie di pietra, quarzite, ognuna con una tonalità di celeste grigiodiversa. Mi abbassavo come per prenderne qualcuna ma, sott’acqua, le mie mani si muovevano tremolando come loro, i loro dorsi le carezzavano, limitandosi a godere di una sensazione di fresco per ognuna di loro diversa. Poi era come se sgattaiolassero, ma forse era solo un effetto dovuto alla leggera increspatura dell’acqua. Il laghetto era popolato anche da granchietti e tanti altri inclassificabili crostacei molto simili ai gamberi, però. Solo che anche questi vivacissimi animali erano trasparenti, quarzite molla. E andavano in cerca, tra le guglie delle scaglie di piccoli pesciolini argentati, talmente piccoli e inconsistenti che, inghiottiti, non modificavano se non con una piccola variazione della tonalità dei grigi gli stomaci dei loro carnefici. Quello era il loro mondo e, non riuscendo a pensare di dovermene andare, di non continuare a carezzarlo, quello allora era anche il mio mondo. Il mondo sotto la specie dei gamberi.

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