Ogni tanto, si potrebbe dire ogni mese, o forse ogni due o chissà, ogni tre o quattro o anche di più. Mille giorni di quiete interrotti, vuoti che entrano a vorticare fra stomaci e altri organi su, fino alla mente, in sembianza di cristallo, in rumore di frantumi senza suono e senza immagine, depositi di ghiaia su cui i piedi non trovano piacere.
Il pavimento che esala lisoformio che esclude altri odori, nell’angolo della stanza, ma quale, un sacchetto bucato di soddisfazione cola desiderio appiccicoso, il tempo nascosto sotto il sole brucia autocombusto un’assenza senza nome, promettendo ai frammenti un destino parziale. Davanti alla libertà la porta sbatte e sussultano gli esseri della casa, non tolgono custodia, non la toglie l’atto, l’accaduto.
Un mattoncino o una pietra si accumula intorno alla vita, senza una mappa rimane lo spirito a compiacere lo smarrimento, unica e sola legge che gli permette di pasteggiare a spumante, i denti davanti in sorriso, quelli dietro in smorfia di cuoco alle prese con vapori che dal vulcano nascondono tutto.
I fiori di campo altrove ondeggiano sereni, come sempre fanno le parole piegate dal vento. Il mare troneggia, ma non c’è, se ci fosse, qui in casa, adesso, non cambierebbero i passi, i gesti, le voci, perché dell’enorme non ci si accorge.
Grattando la superficie molecole di grigio cadono come polvere e si disperdono nell’aere bagnato di ieri e di oggi, le sue trame rivelano, i giorni si compongono nell’iride incatenata che dita consuete non sanno penetrare, che dita bruciano di abitudine e di esempi finali. La sfida s’affida a sfiducia. Il mattino viene. Puoi esplodere, qualcuno.