Da K, 34

Certe volte aveva sete senza rendersene conto. Oppu­re succedeva il contrario. Pensava di avere sete e invece no. In entrambi i casi era colto da un’incredulità, come se non toc­casse a lui, e dopo aver giaciuto per pochi secondi con gli oc­chi spalancati sull’abisso della notte si alzava dal letto e per­correva i sentieri della casa. Generazioni e generazioni di vi­venti che appar­tene­vano a specie non ancora catalogate dalla scienza ufficiale si avvicendavano in quel breve tragitto, eoni di oscu­rità pro­dotti dal passaggio del suo corpo attra­verso i raggi lunari che penetravano dalle finestre alimen­ta­vano miti di distruzione e rinascita, conse­guenza dello spe­gnimen­to di alcune civiltà incistate nelle brecce millimetri­che della carta da parati. Arrivato in cucina si avvicinava al frigo, lo apriva senza mostrare disagio. La luce del led, amplificata dal disastro delle ser­pentine, dallo smalto lu­cidissimo delle lamiere, avvampava tra i pochi resti di ca­da­veri noti e ignoti e lo colpiva come il riconoscimento di un destino. Non c’è niente, pensava, quindi andava a spegnere l’arsura al rubi­netto del bagno, si sedeva sulla tazza spre­mendosi in una pi­sciata difficoltosa, poi faceva il tratto in­verso, immagi­nava per una frazione di secondo che qual­cuno, dall’alto, misu­rasse i suoi passi, i movi­menti, ne traesse statistiche. Tor­nava al frigo, la luce del led gli sem­brava già più opaca. Non c’è niente, pensava.

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